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ANCORA CANZONI & SAGGIO SU RENATO ZERO
incontri con Sergio Bardotti, Renato Carosone, Domenico Modugno, Gianna Nannini, Roberto Vecchioni.
Note su John Lennon, Gino Paoli, Elvis Presley, Paul Simon, Rod Stewart, Sting e Stevie Wonder

 

INCONTRI UN PO' SPECIALI

Sergio Bardotti
Il mio amico Sergio Bardotti nacque a Pavia il 14 febbraio del 1939 e morì a Roma l'11 aprile del 2007 ma quando parlo con gli altri della sua cultura, del suo humour e di quanto abbia fatto per la poesia nel nostro paese spesso mi accorgo che il suo nome non è così conosciuto come dovrebbe, anzi trovo sempre di più persone che non l'anno mai sentito nominare.
Eppure basta citare qualche testo delle sue canzoni che questo imbarazzo si dissolve come per incanto: "Canzone per te" per
Sergio Endrigo, "Morire...dormire...forse sognare" musicata da Luis Bacalov e cantata Patty Pravo, "La voglia, la pazzia" per album  “La voglia, la pazzia, l'incoscienza, l'allegria con Ornella Vanoni, Vinicius de Moraes e Toquinho, "Vai Valentina" per Ornella Vanoni, Piazza Grande, La casa in riva al mare e Itaca per Lucio Dalla scritte in collaborazione con Gianfranco Baldazzi.
Ma Sergio non fu solo un autore di canzoni ma un grandissimo promotore di cultura, fu lui che rese possibile la collana di dischi di poesie lette dagli stessi autori, fra gli altri
Eugenio Montale, Giuseppe Ungarettii, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini e Alfonso Gatto
e fu sempre lui a produrre l'album "Non al denaro non all'amore né al cielo di Fabrizio De André e fu sempre lui a far conoscere agli italiani i due grandissimi poeti Chico Buarque de Hollanda e Vinicius de Moraes.
Considerando che Sergio fu anche vincitore nel 1983 del Premio Tenco , mi fa piacere riportare la risposta che mi diede Enrico de Angelis: "sottoscrivo tutto quello che Gigi dice di Bardotti.
E’ stato un grande.
Per fortuna gli abbiamo dato il Premio Tenco quando era in vita. Ma al “Tenco” lo invitavamo spesso per la sua irresistibile capacità di parlare.
Memorabili i suoi interventi al convegno sulla traduzione in canzone e a quello sulla canzone per l’infanzia, entrambi documentati su due nostri libri.
Ci raccontava di quell’età dell’oro che fu la concentrazione a Mentana, a casa sua o nelle case vicine, di gente come Vinicius de Moraes, Toquinho, Endrigo, Bacalov, Morricone, Dalla
Lo ascoltavo e mi saliva il groppo come se la nostalgia per quella civiltà fosse anche mia personale.
A rinsaldare il legame è stato poi in Valcamonica quel festival della canzone umoristica d’autore dal titolo astruso, “Dallo sciamano allo showman”, di cui Bardotti fu direttore artistico. Quando poi lui non c’è più stato gli abbiamo dedicato una mostra, un libro e due dischi. Il libro è “Se tutti fossero uguali a te” (Editrice Zona), titolo tratto da una delle tante meravigliose canzoni di Vinicius che Bardotti tradusse e divulgò in Italia.
Il libro contiene, oltre a vari interventi tra cui Ornella Vanoni, 130 suoi testi per canzoni scelti tra un migliaio, e, udite udite, un cd dove Bardotti canta!
Bardotti, infatti, era un raro caso di “paroliere” che sapeva la musica, che sapeva produrre album magnifici perché conosceva la musica, che accompagnava al pianoforte le tournée di Endrigo, che persino – nel lontano 1961 - incise da cantautore due 45 giri col nome di Sergio Dotti.
In questo cd canta ben 14 brani, da inediti scritti con Dalla e Chico Buarque a “La casa” che scrisse con Vinicius, da “You are my destiny” a “Il cielo in una stanza”.
L’altro nostro disco-tributo è il doppio cd “Bardotti” (Club Tenco/AlaBianca), dal nomignolo che gli davano i suoi amati brasiliani, per il quale abbiamo raccolto suoi brani inediti o rari, per lo più richiesti espressamente per questo disco ad artisti come Chico Buarque de Hollanda, Simone Cristicchi, Gianmaria Testa, Giorgio Conte, Petra Magoni, Sergio Cammariere, Max Manfredi, Teresa De Sio, Massimo Priviero, Ornella Vanoni, Massimo Ranieri, Stefano Bollani, Vittorio De Scalzi, Peppe Voltarelli, Fiorello e tanti altri.
Ci sono molte traduzioni inedite da Vinicius, Chico Buarque, Caetano Veloso, Jacques Brel, Aznavour…; e canzoni originali italiane su musiche di Bacalov, Dalla, Têtes de Bois, ecc; ma pure dello stesso Bardotti nell’insolita veste di compositore. Davvero, Sergio, se tutti fossero uguali a te… “che meraviglia la vita, quante canzoni nell’aria, quante città intere a cantare”

Renato Carosone
Per ricordare Renato Carosone (1920 – 2001), amico indimenticabile, per il quale pubblicai nel 1981 un libro curato da
Vincenzo Mollica, riporto quello che scrisse l'anno scorso il segretario del Club Tennco Enrico de Angelis: "Il “Mambo italiano” fu Carosone a lanciarlo da noi, e leggendaria è la scena di “Pane amore e…” di Dino Risi dove Sophia Loren lo balla trascinando con sé il povero maresciallo De Sica, a suo modo altrettanto irresistibile, come si vede nel video. All’esterrefatto De Sica che le chiede “ma che d’è ‘sto mambo?”, la Loren risponde sbrigativamente “è una danza brasiliana”… ma il mambo è invece una danza cubana, esplosa nel mondo a fine anni ‘40. Curioso è il fatto che, anche solo per il titolo, si è portati a pensare che questa canzone sia nata in Italia, come si fosse voluto lanciare un nostro prodotto su un ritmo internazionale, anche perché si sa che il testo è pieno di tipiche espressioni italiane che restano intatte pure nelle maccheroniche interpretazioni straniere; anzi, ci sono più parole tipiche italiane nei versi cantati dagli americani che non nella versione cantata in Italia (tarantella-mozzarella, vino-bambino). Invece la canzone è stata scritta - col titolo italiano fin dall’origine - dal compositore di musical Bob Merrill e si era diffusa prima di tutto a New York. Sulle prime la rete radiofonica americana ABC la bandì perché, pensate un po’, “non raggiungeva sufficienti standard di buon gusto”. Poi ha spopolato in tutto il mondo, compresa Russia e Cina. Cinquant’anni dopo il lancio di Carosone è stata rifatta in chiave rap con l’intervento vocale di Nilla Pizzi (o Carla Boni, non ricordo bene). Persino Lady Gaga l’ha ripresa. Segni di vitalità. A parte l’interpretazione famosa di Dean Martin, vi segnalo quella bellissima di Bette Midler
."

Domenico Modugno
Mi trovai per la prima volta davanti a Domenico Modugno nel suo camerino del Teatro Sistina portato dall'Architetto Luigi Moretti nel 1961 in occasione di una delle tante repliche del "Rinaldo in Campo" e, con la spudoratezza tipica dei bambini, gli dissi." ma tu sei più bravo a recitare che a cantare". Lui mi rispose: lo credo anch'io ma non è facile farlo capire agli altri!" Ovviamente quel mio giudizio era sbagliato ma il Modugno attore fu veramente straordinario: dall'interpretazione del monnezzaro nell'episodio "Che cosa sono le nuvole?", diretto da
Pier Paolo Pasolini a Mackie Messer ne L'Opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill , diretta da Giorgio Strehler. Nel 1981 affidai a  Vincenzo Mollica
il compito di scrivere una monografia su di lui che tenesse conto il più possibile di questa sua straordinaria doppia natura artistica. Vincenzo mi accontentò e oltre all' attore riuscì a raccontare anche l'uomo che riconosceva la grandezza di poeti come Pasolini che scrisse il testo della canzone "Che cosa sono le nuvole". o Salvatore Quasimodo al quale chiese il permesso di musicare le poesie "Ora che sale il giorno" e "Le morte chitarre" - A proposito di Quasimodo, Modugno rivelò a Mollica nella sua intervista presente nel libro: "Quando gli chiesero il permesso per questa operazione, lui rispose che non lo aveva mai concesso a nessuno, ma che per Modugno non ci sarebbero stati problemi. Poi ci siamo incontrati e conosciuti a casa sua: era una persona molto strana, chiusa, vulnerabile, che ispirava tenerezza" e a proposito di Pasolini: "Il mio incontro con Pasolini fu bello. In un primo tempo voleva utilizzarmi per un'opera che doveva rappresentare alla Piccola Scala di Milano, cosa che poi non fece. Recitai invece nell'episodio Cosa sono le nuvole, e dal titolo del film nacque anche una canzone, che scrivemmo insieme. È una canzone strana: mi ricordo che Pasolini realizzò il testo estrapolando una serie di parole o piccole frasi dell'Otello di Shakespeare e poi unificando il tutto".

 Gianna Nannini
Conobbi per la prima volta la Nannini nel 1975 al teatro dell'Orologio a Roma perché Mario Moretti mi chiese di aiutarla, la rividi al Club Tenco nel 1976 quando cantava dei tremendi brani tristi e rabbiosi ed ebbi il coraggio di dirle che mi sembravano cacofonici.
Nel 1977 mi mandò il suo Long-Playing "Una radura" che mi commosse perché Gianna mise in pratica quello che gli avevo suggerito: fare del pop pensando sempre a Puccini.
A quel punto, dopo avergli recensito il disco, la affidai a Michelangelo Romano che, producendo "California" anche con l'aiuto di Roberto Vecchioni, riuscì a trasformare il piccolo bruco senese in una splendida farfalla capace di volare nei cieli di mezzo mondo.
Comunque quando penso agli anni settanta e alla capacità di pochissimi d'intravedere una reale possibilità di creare una cultura condivisa non solo dalle accademie e dai fatiscenti circoli dal demi monde d'avanguardia piccolo borghese, ma da ampi strati della popolazione faccio fatica a non essere preso da forte gioia e soddisfazione. Vedere tutta la collana da me inventata edita da Einaudi, i romanzi di Francesco e Roberto Vecchioni tradotti e studiati in mezzo mondo, il romanzo della Nannini pubblicato da Rizzoli mi fa sperare in un futuro ancora più promettente e oggettivamente più democratico

 Roberto Vecchioni, fra gli autori della mia casa editrice, è stato in assoluto l'unico che è riuscito ad essere un antidivo senza fare la fatica di recitare questa parte così apprezzata dai babbei. Nessuna persona sana di mente potrebbe dire che Roberto sia una persona "semplice" alla mano, "uno di noi" ma è altrettanto vero che anche senza essere stati suoi alunni, promossi o bocciati fa lo stesso, è facile intuire che la sua peculiarità è un sostantivo femminile obbligato a fare rima con sincerità. Sinceri e apprezzabili.

   NOTE SU: John Lennon Gino Paoli Elvis Presley Paul Simon Rod Stewart, Sting, Stevie Wonder

John Lennon. Pensando a Lui mi chiedo: chissà se le coincidenze comunicano misteri? John Lennon e suo figlio Sean sono nati tutti e due il 9 ottobre, il primo a Liverpool, il secondo a New York. "Ecco il tempo dei segni e dei conti" direbbe il poeta Léopold Senghor. nato anche lui lo stesso giorno. La prima volta che pubblicai in Italia le sue canzoni, con una lunga intervista, era il 1977. John viveva praticamente tutto il giorno con suo figlio Sean cercando i "segni" che gli indicassero una nuova vita e pagando i "conti" per un esagerato successo raggiunto troppo presto. Nel 1980 avevo programmato una nuova edizione di quel libro e come al solito consegnai a Lele Luzzati un disegnino e le indicazioni per la copertina. Scrissi come nota per il mio amico Lele: un personaggio misterioso in una notte stellata cammina su una fune tesa fra Londra e New York. Quando andai a ritirare l'opera seppi della morte di John: era l'8 dicembre del 1980. Luzzati aveva disegnato un funambolo completamente nero nell'inequivocabile atto di cadere. Il nuovo libro "John Lennon canzoni e musica" fu stampato e distribuito nei primi giorni del gennaio 1981 con una mia prefazione intitolata "Sogni di sogno si sognino pure"

Gino Paoli oltre ad essere indagato dalla Procura di Genova per evasione fiscale ed avere un brutto carattere, forse perchè ha sempre pensato che "un artista è anche uno che non riesce ad aprirsi", ha scritto e cantato capolavori di una tale bellezza che è impossibile non perdonargli tutto. Fra tutte le sue dichiarazioni da incazzato cronico, sempre troppo retoriche per essere prese seriamente, fa eccezione quella sul suo tentato suicidio perché riesce a comunicare l'assurdità di chi si ostina a credere nel libero arbitrio : "Ogni suicidio è diverso, e privato. È l'unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l'amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio, dov'è tuttora incapsulato"

Elvis Presley
Mi sarebbe piaciuto sentire cantare una volta dal vivo Elvis Presley (1935 – 1977) per il quale pubblicai nel 1981 il libro di Paolo Ruggeri " Elvis Presley vita canzoni dischi e film". Riporto qui il contenuto della quarta di copertina: "Era un povero ragazzo bianco del Sud...ed è divenuto una figura culturale rivoluzionaria cha ha cambiato per sempre il corso della musica popolare. Era un povero ragazzo bianco del Sud ed ha guadagnato milioni di dollari con mezzo miliardo di dischi venduti, trentatre film e più di mille concerti nei maggiori teatri e stadi d'America. Era un povero ragazzo bianco del Sud ed è stato amato, adorato, idolatrato da milioni di persone in tutto il mondo per più generazioni. Era un povero ragazzo bianco del Sud e lo hanno ucciso la fama, la ricchezza, la solitudine. E' morto nel 1977, ma la sua leggenda è ancora viva. Di lui, della sua vita, della sua morte, di quello che ha significato, delle sue canzoni, dei suoi dischi, dei suoi film, dei libri che parlano di lui, di tutto ciò in modo esauriente ed essenziale tratta questo libro, scritto con amore ma con obiettività da un discografico che ha avuto la ventura di curare la pubblicazione dei dischi di Presley in Italia fin dagli anni '50."

Paul Simon
Nacque il 13 ottobre Paul Simon che ha scritto la colonna sonora di molti nonni come me. Quando pubblicai per la prima volta i testi delle sue canzoni, con naturalmente anche quelle di
Art Garfunke, era il 1977 e Paul compariva nel film di Woody Allen "Io e Annie" nella parte del produttore Tony Lacey.
Il 1977 fu un anno orribile, mentre in Cecoslovacchia duecento intellettuali firmavano contro il regime comunista la Charta 77, in Italia le Brigate Rosse uccidevano il vicedirettore de La Stampa
Carlo Casalegno e il Brigadiere di P.S. Giuseppe Ciotta. In quell'anno venne gambizzato il mio amico Indro Montanelli, la polizia uccise Il militante di Lotta Continua Francesco Lorusso e i neofascisti ammazzarono Walter Rossi e l'operaio comunista Benedetto Petrone. Non era facile per nessuno capire come mai una generazione che voleva solo disobbedire al perbenismo autoritario dei propri genitori si fosse ridotta a massacrarsi in quel modo. Solo dieci anni prima Paul Simon aveva cantato la sua famosa Mrs. Robinson: "And here's to you, Mrs. Robinson // Jesus loves you more than you will know (Wo, wo, wo) // God bless you please, Mrs. Robinson // Heaven holds a place for those who pray // (Hey, hey, hey...hey, hey, hey)" che fu resa famosa dal Film "Il Laureato". Quel film parlava di un giovane (Dustin Hoffman) che veniva sedotto dalla madre (Anne Bancroft ) della sua fidanzata (Katharine Ross
): la rivoluzione sessuale di quegli anni incominciava a diventare realtà senza bombe e inutili spargimenti di sangue.

Rod Stewart
Il Commander of the Order of the British Empire Sir Roderick David Stewart, per gli amici Rod, è la rappresentazione vivente di come la cultura di élite sia una condizione necessaria ma non sufficiente per trovare risorse, regole, fiducia, valori per poter creare linguaggi condivisi anche a chi non se li potrebbe permettere mentre per Raffaele Viviani quella stessa necessità non solo fu sufficiente ma praticamente anche eroica.
Ho dedicato molti anni della mia vita a realizzare un progetto che dopo il Premio Nobel a
Bob Dylan è ormai ritenuto praticamente un dato di fatto: anche le canzonette possono essere poesia e anche la musica leggera può avere la dignità della musica colta.
Questo dato di fatto viene vissuto in maniera decisamente consolatoria da chì possiede la rara capacità d'adeguarsi al conformismo e da me con sempre maggiore fastidio. Non volli mai pubblicare un libro su Rod Stewart perché ero convinto, con la tipica dabbenaggine dei giovani che coltivano utopie con lo stesso amore con il quale si facevano nascere le piante femminili di Cannabis, che non bastasse una invidiabile voce rauca e testi inesistenti come “Gasoline Alley”, resi accattivanti dal talento musicale di Ron Wood, per vincere concorrenti come
Frank Zappa, Keith Richards, John Lennon e veri poeti come Leonard Cohen o Paolo Conte.
Il mio errore, reso inconfutabile da 200 milioni di copie di dischi venduti, dal concerto sulla spiaggia di Copacabana davanti a oltre quattro milioni di spettatori, divenne imperdonabile quando Rod Stewart con gli amici
Eros Ramazzotti ed Ennio Morriconeha
tenuto un concerto a Tashkent, capitale dell'Uzbekistan, dando con la sua presenza, consenso e visibilità mondiale a uno dei regimi più truci e repressivi del mondo.
 In sinossi estrema il minimo comune denominatore che fa idolatrare William Shakespeare e Ludwig van Beethoven da un punto di vista di reali valori condivisi vale meno di niente ed io ho perso troppo tempo a inseguire sogni sociali irrealizzabili

Sting
E' nato il 2 ottobre il cantautore, attore e vignaiolo Gordon Matthew Thomas Sumner, conosciuto come Sting, fondatore dei
The Police per i quali pubblicai nel 1982 un libro curato da Sergio d'Alessio. Candidato all' Oscar alla migliore canzone per i film Le follie dell'imperatore, Kate & Leopold e Ritorno a Cold Mountain, sempre generoso e disponibile, ha cantato con tutti dal mitico Frank Zappa a Bruce  Springsteen, Tracy Chapman, Youssou N'Dour e Peter Gabriel, forse perché come dice lui: "se incominci a costruire muri intorno a te per tenere lontana la realtà, finisci come Michael Jackson ". Condivido con lui il fastidio per qualsiasi forma di violenza "perhaps this final act was meant | To clinch a lifetime's argument | That nothing comes from violence and nothing ever could " e l'amore per i sogni e la speranza "sognare fa bene perché, a forza di farlo, a volte i sogni si avverano: a me è successo. Sto ancora vivendo un sogno. Qualcuno, prima o poi, mi sveglierà". Fra tutti i suoi dischi quello che amo di più è The Lazarus Heart, dedicato alla morte di sua madre e fra le sue interpretazioni come attore ho trovato geniale quella del cattivo Feyd-Rautha Harkonnen nel film Dune da David Lynch
forse perché questo personaggio è l'esatto contrario di quello che è Sting nella vita di tutti i giorni

Stevie Wonder
Il cantautore, polistrumentista, compositore e autore della mia casa editrice Stevie Wonder, è uno dei pochi personaggi del Rock che invece di drogarsi, bere e fumare si può permettere di parlare alle Nazioni Unite nel giorno dedicato alle disabilità e dire con la sua semplicità, che gli ha permesso di arrivare al cuore di milioni di ammiratori: "sono sempre stato un uomo che ha vissuto di sogni e di speranze, so che lavorando assieme possiamo creare un mondo nel quale le persone con disabilità non abbiano limiti" Stevie Wonder ha fatto dell'amore lo scopo della vita, per lui “le relazioni sono in grado di creare esperienze, pensieri, emozioni, espressioni. E tutte queste cose generano la musica. Noi amiamo amare. Io amo l'amore. E' una cosa meravigliosa ma bisogna essere in grado di fare l'amore anche ascoltando gli altri, anche mentre si sta pregando Dio. Non si può pensare che esista solo un modo per praticare l'amore”.

Canzonette all'Università
Bollettino "900"
, pur essendo un sito per italianisti, molto colto, molto serio e inequivocabilmente accademico, offre alla fortuita navigazione l'opportunità di fotografare qualche paesaggio inconsueto, di udire impercettibili, eppur significative note poetiche, d'imbattersi in arcaici mestieri dall'acre odore d'inchiostro: il punzonar per Critica, l'ibernar Discorsi, il rappiccicar Ricerche.
A chi volesse cimentarsi in questo viaggio consigliamo di far rotta con decisione ai lidi de "I suoni, i segni della musica, della poesia" dove, complice il poeta Roversi, si potranno udire i canti "dell'umana vitalità sempre alla ricerca drammatica di calore, di esaltazione generosa e di partecipazione..." Roversi vi parlerà di poesia e di musica come se vi dovesse parlare di poesia e di musica, utilizzando, non un "genere", ma un "tono" letterario.
Eccovene un breve stralcio che, speriamo, vi convincerà a intraprendere il viaggio "...la musica sembra aver perso, in generale, il furore che esplode o la sovrana leggerezza per la ricerca dell'armonia ancestrale; e ha perso la spinta indotta alla ricerca dell'uomo, della donna e del loro bisogno lucido e turbolento, profondo e costante, di verità d'amore. Essa musica si rivolta per lo più solo contro se stessa, straziandosi a brani con i denti come un cinghiale assalito da vespe infuriate; e si esalta esclusivamente dentro al proprio drammatico baule dei suoni, isolandosi dal mondo. E così a me pare anche la poesia, rintanata, impaurita dentro una caverna dove si rifugiano - e temono - i sentimenti inquieti o dilacerati....".
Dopo essere stati fortificati e addolciti dalle parole del Poeta siete pronti ad affrontare, poco più in là, la dura salita sul naso del professor Sanguineti.
L'esimio sperimentatore dell'era 63, non si sa se per farsi perdonare gli antichi giochi biliari che lo resero famoso, o per assaporare in extremis la sempre fuggitiva giovinezza, si è recentemente invaghito del Rap, quella pratica di straparolismo rompiballe che cerca di trasformare i rampolli dell'alta borghesia real-cultural-sabauda come Andrea Liberovici (figlio di Liberovici e di Margherita Galante Garrone) in improbabili afro-americani incazzati.
Catturato da questa foga fogazza che sconquassa, in auto esaltazione allitterata e, ma solo per amor di rima ribattuta, a-letterata, il professore ci fa provare i brividi Battistiani di "guidare a fari spenti nella nebbia per vedere come va a finire". E va a finire che scopriamo che l'invaghimento di Sanguineti non è solo fatto di pregevole follia senile ma di lucida caparbietà resistenziale, quella caparbietà che a forza d'abbagliare con luci illuministe chi si sarebbe accontentato del chiarore delle stelle, ha finito con il creare un popolo di ciechi.
Salvando solo Paolo Conte, forse perché in ambiente accademico il premio Montale avrà qualche potente estimatore, Gino Paoli, perché genovese, Patty Pravo, per evidenti qualità fisiche e Mina perché è al confino in Svizzera, Sanguineti è convinto che "...gli esperimenti degli anni cinquanta e sessanta per creare una canzone d'autore..." "...hanno dato risultati assolutamente discutibili..." e la colpa di chi è, direbbe Roberto De Simone, naturalmente della "...melodicità tradizionale..." "...del poetese, del canzonettese..." e della "...cultura piccolo borghese..." contrapposta, come è ovvio alla cultura popolare che "...aveva altre direzioni..." come ben dimostra "...la rottura espressiva proposta da tanta musica anglosassone dai Rolling Stones ai Sex Pistols..." "...in cui radicalismo e anarchismo hanno raggiunto una violenza che da noi è rimasta sconosciuta...".
Scendendo dal naso di Sanguineti potete consolarvi pensando che fra i piccoli borghesi che vi assomigliano ci sono: quei tre adorabili amici di Vinicius De Moraes, di Ungaretti e della Vanoni, il Nobel Fo con il chirurgo Jannacci, Dalla con Roversi, Endrigo con Rodari, Gaber con Luporini, Svampa con Brassens, Branduardi con Esenin, Guccini con il suo amico ed estimatore Umberto Eco, Proietti con Roberto Lerici, De Andrè, De Gregori, il latinista Vecchioni, Pier Paolo Pasolini che fa ballare il suo valzer della toppa alla Ferri e se poi, ignari di epica anarchica e di rivoluzioni miliardarie made in England, vi volete divertire con un po' di cervello, ci sono ad accogliervi : Carosone, Manfredi, Riondino, Benigni e tanti altri che, con dei buoni fari antinebbia, potete evitare di spiaccicare sotto le ruote della vostra utilitaria.

 

RENATO ZERO
pubblicato nel 1981 dalla Lato Side Editori

FRA LE NUVOLE INTESSENDO PAURE
Questo libro misterioso, difficile, perverso e indiscutibilmente un po' « nero » dovrebbe essere letto su una piazza assolata di Giorgio De Chirico; una piazza metafisica dove la realtà non obblighi il visitatore ad esserle fedele, almeno nei modi che le sono familiari: un tanfo d'oggettività insopportabile, un incubo dal quale è difficile staccarsi per via di certe nozioni come storia, eventi che .accadono, legnate in testa.
Chi lo ha scritto è un sognatore alla rovescia, è uno che alla realtà non ci crede, vive totalmente nella fantasia, ma proprio per questo non deve combattere con i fantasmi che gli sono fratelli; ii vero mostro per lui è ciò che accade in quello spazio che dei disperati insistono con il chiamare realtà, ma che non è altro che un brutto sogno destinato a dissolversi, fosse anche dalla testimonianza che ne dà  la memoria.
Questo libro inizia con l'incisione tramite inchiostro da stampa delle voci catturate fra etere e fogli sparsi, sono voci incredibili sulle quali l'autore ha intessuto una falsa storia che vi sembrerà d'avere già vissuto o sentito; ma non allarmatevi, tutto ciò è solo apparenza...

FRASI DI SORCINI. PATRIOTI, ILLUSTRI CRITICI E PENNIVENDOLI
« E' significativo che il repertorio del cantante è privo di quella checcheria petulante cara alla maggior parte dei travestiti, ma reca piuttosto it segno di una risentita bizzarria adolescenziale che alimenta un talento singolare ».(Tullio Kezich, 1928 – 2009. critico cinematografico, commediografo, sceneggiatore e attore).

«Renato mi piace perche mi fa paura e it terrore è il fuoco perenne che fa gli uomini simili agli dei... ».(Ermanno Giudici)

«Il giovanotto vestito come la Osiris sollecita la fantasia, frantuma gli schemi abituali, ipotizza triangoli che turbano qualche sonno» (Maurizio Costanzo, giornalista, conduttore radiofonico, autore televisivo e paroliere)

«Il suo viso prepotentemente italiano, anti romano, il  suo sguardo fulmineo, la sua capacità di ipnotizzare le folle con un solo gesto, lo fanno uno dei personaggi più carismatici della nostra civiltà di rammolliti e di indecisi» (Sandro Sacchi)

"Penso di Renato, tutto il bene possibile. Penso che sia pieno di fantasia.
Non è vero che imita i cantanti ambigui inglesi come dicono.
Lui è così da 10 anni, si è sempre vestito in un certo modo folle, non imita nessuno.
È un ibrido, ma la sua vera forza sta nel fatto che lui è nato in borgata, a Roma, tra la gente vera.
Ed è rimasto un "borgataro", con la sincerità, l'umanità di quella gente.
Più che un ambiguo, è uno di loro.
Per i ragazzini è una fiaba, è Disneyland, con sogni e speranze.
Anche per i ragazzini è uno di loro.
Per questo ha successo". (Ornella Vanoni cantante)

«Un pubblico, questo di Renato, completamente diverso da quello del rock, ma altrettanto motivato; un pubblico che vuole canzoni in italiano e non in inglese, che si aspetta un punto di vista moderato sui temi più politici, ma non vuole freni alla fantasia » (Paolo Giaccio, giornalista, autore televisivo e produttore televisivo)

«La sua matrice e pulsante, nervosa ma soprattutto italica » (Nicola Sisto)

"Mi piace Renato Zero perché è bravo, al di là di tutte le apparenze che sono solo esteriori, superficiali.
Alla base del suo personaggio un po' folle ci sono canzoni bellissime, che lui canta bene.
I miei figli vanno pazzi per lui, come succede a tutti i bambini, e trovo che sia giusto così, perché Renato è uno «vero», uno «giusto».
Lo conosco da moltissimi anni ed è sempre stato così". (Gianni Morandi cantante, attore e conduttore televisivo)

« Gli Ayathollah sono tutti come lui: naturali,istintivi, e un po' grezzi ». (Gherardo Gentili)

«Renato Zero è un urlatore di aforismi con carisma: ed è forse per questo che, al di la di tutto, lo show è appassionante, a tratti emozionante: Zero può essere giudicato tutto tranne che noioso.
E va osservato che probabilmente il geniale affarista dell'adolescenza in cerca di punti di riferimento non crede a una parola di quello che canta e dice, come l'estrema lucidità dei suoi comportamenti nel privato testimonia ogni giorno
» (Mario Luzzatto Fegiz, critico musicale e saggista , inviato del Corriere della Sera).

«Zero fa politica: canta l'amore, i rapporti con una donna, la "possibilità di un triangolo" (lo ha detto Orietta Berti), del nemico-droga; il tutto pervaso da una forma tutta sua di religiosità violenta, istintiva, sottoproletaria, moralistica ma incazzata.
Tutti lo amano: gli uomini, consciamente o inconsciamente lo amano, desiderano vederlo e partecipare; non si tratta solo di andare ad osservare uno strano fenomeno, vorrebbero toccarlo, ballare con lui, invitarlo a pranzo con la veochia zia, la suocera e la sorella suora..
Nel caso di Renato, si potrebbe parlare di investimento sessuale vero e proprio: parlo dello Zero pubblico, ufficiale, che si mostra.
Le donne corrono forse un po' il rischio di identificarvisi: perlomeno quelle ragazzine che lo circondavano all'uscita del suo carrozzone e che ho avuto modo di osservare, certo, non erano delle intellettuali di sinistra, forse neanche delle compagne, però erano straordinarie: ho pensato a delle « nostalgiche », nel senso che mi è parso identificassero in Renato travestito da Zero, una provocatorietà, un fascino e un coraggio un po' puttaneschi, che una donna non vuole più perdonare a un'altra donna e che lui gestisce con un umorismo incredibile e un rispetto umano enorme: rispetto che può avere soltanto chi non nasce borghese e intellettuale ma contadino, oppure in borgata, e viene acclamato proprio da coloro i quali riconoscono in lui la verità di certe matrici e quindi la sua credibilità » (Stefano Micocci, scrittore, autore e produttore discografico).

 « Renato è il nostro cielo, ma io lo considero anche it nostro profeta. Lo adoro, lo amo, è il mio dio » (Ivana Scatola)

"Renato è il mio più grande amico: lo conosco da quando facevamo, insieme, i primi passi in questo mondo dello spettacolo in cui le amicizie sono così difficili.
Gli voglio bene e lui me ne vuole.
 Ho tanti ricordi legati a lui, alla nostra «gavetta». Ma anche se non lo conoscessi, se non gli volessi bene, direi che Renato è ineguagliabile, unico, superlativo.
Il fatto che il pubblico, il grosso pubblico, oggi, lo apprezzi, è un fatto positivo, che apre tante strade a tutti noi cantanti.
Oggi, proprio grazie a Renato, il mondo della canzone è più aperto, più vivo, più libero". (Loredana Bertè cantante)

 « Zero è il genio bambino che si manifesta per punire, per salvare, amarlo significa rischiare di rimanere per sempre adolescenti»  (Alberto Sanni)

"L'ho intravisto una volta cantare in TV, questo Renato Zero. So che esiste, ne sento parlare da tutti, ma non so che dire su di lui.
Le mascherate non mi interessano.
Sarà anche un ottimo ragazzo, canterà anche bene, ma proprio non mi colpisce.
Questo fatto che si trucchi, si travesta, si metta in maschera insomma, mi allontana, mi rende diffidente". (Maurizio Arena pseudonimo di Maurizio Di Lorenzo (1933 – 1979), attore italiano)
«Zero è tutto it sesso possibile, ciò lo fa un Gesù moderno» (Emilio Perri)

"A me Renato Zero non piace per niente.
Non mi dice niente.
Non ha una grossa personalità: è un goliardico che ha indovinato una sola canzone: «Triangolo», le altre sono tutte canzoni mediocri.
Anche fisicamente non mi colpisce.
Ha le labbra sottili, lo trovo antipatichino.
Del resto è uno che fa delle «cosine», scrive delle «canzoncine», ha interpretato un «filmino», tutto in tono minore.
Chiunque si truccasse come lui. si mettesse i brillantini in faccia e in testa, ostentasse la sua ambiguità, potrebbe essere un Renato Zero. Onestamente non capisco il successo di Renato Zero come cantante". (Paolo Mario Limiti, noto come Paolo Limiti (1940 – 2017), paroliere, conduttore televisivo e produttore televisivo)

 «Carmelo Bene è l'unico personaggio accostabile a Renato Zero, per l'estro, il piglio, la fantasia che li accomuna e anche it dinamismo e quel sentimento di odio-amore che attrae e respinge il pubblico in un'altalena d'insulto, sarcasmo e delirio  (Gianni Pettenati, cantante e critico musicale, autore di testi teatrali e di numerosi libri sulla storia della musica leggera italiana)

«Carmelo Bene? Un cinico con mestiere ». (Renato Zero)

 «Renato Zero sfida, con la provocante civetteria di una soubrette di lusso e di talento, pregiudizi e tabu, sessuali e non.
Ma non è un iconoclasta, che se indulge o, comunque, protesta la liceità dell'amore socratico, discute l'aborto, censura la droga, rivendica la fede, predica la fratellanza.
 Il suo charme a soprattutto l'ambiguità, inquietante e accattivante, fatta di vistosi travestimenti, maliziosi ammiccamenti, equivoci, e inequivocabili, ancheggiamenti.
Vedendolo, ma anche ascoltandolo, ci si donanda se in lui ci sia piu Adamo o la sua costola. Forse, ci sono entrambi, in dosi sapientemente bilanciate ». (Roberto Gervaso, giornalista, scrittore e aforista)

 
«La più bella virtu proletaria è l'adattabilità ». (Renato Zero)

 «La Zerofobia mi ha fulminato!» (Rosetta Morpurgo)

«Ma ciò che emerge, prepotentemente, che si sente, disciolto fin nell'aria, è la ribadita volontà di Renato di spogliarsi di ogni attributo da Santo Evangelista per privilegiare un rapporto più vero e spontaneo con il suo pubblico » (Marco Febbi)

«Zero ha capito tutto di politica, ha capito che il comunismo non può esistere se non con i carri armati e che Agnelli è un servo dell'America, ii suo messaggio e unicamente italiano: l'Italia che crede in Dio ma che sa fare anche l'amore, l'Italia che se ne frega del resto del mondo perché è  il più bel paese che ci sia, ma specialmente che su tutto e su tutti è sempre in grado di fare una splendida pernacchia» (Adelio Frainetti)

"Renato Zero non mi interessa.
Lo conosco da quando ero piccolo.
Secondo me non è un personaggio vero, è tutto costruito a discapito della buona fede dei giovani.
 Io ho troppo amato David Bowie perché possa amare un sottoprodotto di Bowie.
Mi sta bene tutto, l'ambiguità, I'omosessualità, non ho tabù, ma proprio l'attività artistica di Zero non mi dà emozione". Nessuna. (Franco Califano (1938 – 2013), cantautore e scrittore)

 «Occorreva liberare i sentimenti, scatenare l'istinto, usare it corpo e l'immaginazione; bisognava sostituire la divisa di Pierrot, a volte cosi triste e perdente, con i colori vincenti delle lotte dei galli, dei balli in maschera, delle fiabe, dei sogni adolescenti casti e perversi insieme: insomma i simboli della vita, da sbattere in faccia ai predicatori di mortificazione.
La vita dell'artista, capace di stabilire una situazione di transfert con un pubblico sterminato come quello di Renato Zero, è certo gratificante, sicuramente privilegiata.
Ma cosa accade in un uomo sensibile che vede la sua fragilità diventare improvvisamente una forza tremenda, la propria immagine volto-corpo-voce, trasformarsi in un messaggio vivente e il suo cervello sopportare vibrazioni di una marea di giovani?» (Dario Salvatori, giornalista, critico musicale, insegnante, conduttore radiofonico e scrittore, oltreché responsabile artistico del patrimonio sonoro della Rai)

"Renato Zero è un carissimo amico, gli voglio bene. Certo è un animale da palcoscenico, su questo non si discute, ma le sue canzoni non mi interessano. Penso di aver molto da imparare da un David Bowie, da un Alice Cooper, da un Elton John, non da Renato Zero.
Del resto lui è diventato celebre con «Triangolo» ma io, anni prima, avevo già scritto la canzone «Scandalo». molto più choccante di «Triangolo». Ecco, lui ha avuto il coraggio di lanciare per primo l'ambiguità, lo scandalo, anche se, a mio parere, ha un po' tradito il mondo «gay» che lo ha tanto appoggiato agli inizi.
Però quando mi vede mi abbraccia, non si comporta da star.
Del resto, tra me e lui, non so chi sia più «star»… (Giuseppe Cristiano Malgioglio, cantautore, paroliere e personaggio televisivo)

 «Può Renato Zero considerarsi l'ultima e in fondo timida soubrette del nostro avanspettacolo canzonettistico?
 Con le dovute limitazioni direi proprio di si.
 Zero calca le scene con abiti sgargianti, zuccherosi e luccicanti; canta, con enfasi e occhio adeguatamente impostato sul sincero, canzoni condite con amori castissimi, con retoriche, adeguatamente riverniciate, dei sentimenti semplici (mai raggiungendo l'eleganza di Liala) ed infine con un ingenuo piglio predicareccio da esercito della salvezza.
 Certo, Zero non ha la classe delle mitiche sciantose e delle grandi soubrette, ha semmai l' olezzo di certe canzonettiste che riuscivano ad evocare contemporaneamente l'immagine di madri di famiglia e di peccatrici casarecce, nel suo caso di bravo ragazzo e al contempo di figlio redento dei peccati del suo tempo.
La concorrenza ha costretto Renato ad indossare i paramenti del trasgressore buono, l'industria poi lo ha usato, per risvegliare nei sorcini il sogno latente, incagliato in qualche ragnatela dell' inconscio, dell'ultima autentica e gloriosa soubrette italica: il Mago Zurli.
Zero in fondo assomiglia ad una ballerina e canzonettista napoletana che scelse come nome d'arte Dorian Gray, pensando che fosse un'attrice americana (con buona pace di Oscar Wilde), con una differenza pero: la napoletana era pimpantemente voluttuosa e signora, il nostro invece di pimpante ha solo la besciamella del « vogliamoci tanto bene » che unisce i sorcini come in un timballo di maccheroni.
Non c'e dubbio che Zero sia in buona fede e che i sorcini lo siano altrettanto (classica frase questa, da inserire precauzionalmente in caso di eventuali ritorsioni), quello che non sopporto (se mi è permesso non sopportare) è il fanatismo che accompagna Zerolandia.
 Detto questo mi ritiro dalla scena, evocando lo spirito di una canzone nella quale era custodito un destino: « Renato, Renato, Renato cosi carino, cosi educato... Renato, Renato, Renato a casa tua mi hai invitato... e ci ho trovato papà e mamma. Adieu.
 P.S. - Che nostalgia dei maialini dell'avanspettacolo! Il divertimento allora aveva il gusto di una bottiglia di lambrusco, di un capicollo che esplodeva nella bocca come i fuochi d'artificio e di una rosa intinta nell'Arpege lanciata al pubblico dalla mitica e meravigliosa Wanda Osiris ».(Vincenzo Mollica, giornalista, scrittore e illustratore)

Italico, Wanda Osiris, genialmente adolescenziale, giusto, tutto ciò mi piace, giocherò tra le nuvole intessendo paure, ora con un filamento di ventennio facendo spauracchi per  i nipotini della signora Ragione, ora con l'inquietudine in corpo se « lui » e sincero o no, giostrando un quiz per dementi.
 Mostri malnati, ma che vi credete, so benissimo che siete un'invenzione macabra e tu, Tullio Kezich, non insistere col far finta di fare il critico, io ho in tasca it tuo archetipo che non ti somiglia nemmeno un po'!
 E tu, Costanzo, sei troppo uguale a Costanzo per essere vero... e voi tutti, vociferatori d'esultanza, lasciate perdere, fatevi una passeggiata.
 Ma cosa succede, avanzano due logici ambigui, vestono i panni della « chiarezza »... « Oh oh non fate scherzi... ma che siete matti... ».
 Due figure in camice lucente con passo deciso si sono impadronite dell'autore, lo hanno fatto adagiare sul lettino, gli hanno iniettato it siero della realtà.
 Tutto ciò che da ora in poi gli sentirete raccontare non è degno di essere preso in considerazione.
 Sono parole poverissimamente vere e quindi, per la misura dell'eternità, completamente false.

AL PRINCIPIO ERA SOLO CANZONETTA POI VENNE LA "MOSTRAZIONE

No! Mamma, no! è il primo album di Renato Zero, pubblicato dalla Rca nel 1973 con Anthony Hollard e Luciano Ciccaglioni alle chitarre, Piero Montanari e Mario Scotti al basso, Alberto Barisano e Albert Verrecchia al pianoforte, Keith Burberry all'organo Hammond, Derek Wilson, Massimo Buzzi e Sandro Podrani alle batterie.
Foffo Bianchi, tecnico del suono del disco raccontò: "No! Mamma, no! lo facemmo allo studio A di via Tiburtina e alla Sonic del povero Patrignani.
Mi occupai personalmente dei missaggi: feci un loop di applausi e lo montai per simulare l'effetto live"
Questo LP rimane, fra tutti i suoi, il più legato ai maneggi poco illuminati di una certa ideologia del compromesso da sempre presente nelle case discografiche, le quali riuscirebbero a conciliare, per amore di conformismo, le esigenze di Von Karajan con i falsetti dei Bee Gees.
Zero era comparso per la prima volta nel mondo pop-rock italiano genialmente vestito da venditore di felicità nell'opera di Tito Schipa « Orfeo 9 » e, malgrado fosse giovanissimo, vent'anni, aveva già inequivocabilmente dato di se un'immagine abbastanza conclusiva da ex-bruco divenuto, almeno in questa vita, definitivamente variopinta farfalla.
Quella sua prima esperienza avrebbe dovuto far meditare i tecnici della canzone sul suo ruolo di uomo di spettacolo abbastanza improponibile come un Guccini dal volto .dipinto.
« No! Mamma, no! » è infatti il classico •prodotto da cantautore con messaggi stereotipati in sequenze da tre minuti.
Messaggi che per funzionare devono presentare un loro codice a giorno ben visibile a tutti senza troppi giochi al rimando, specialmente se appartengono ad un artista non ancora conosciuto dal pubblico in spettacoli dialoganti e interviste sproloquianti sullo scibile tutto compreso.
Il suo scarso successo dipese quindi, oltre che dall'ingiusta ma inevitabile" accusa di Bowie-dipendenza (« Non conosco nessuno di nome Bowie, se esiste non ha i miei occhi, la mia età e ii miei problemi»), dal fatto che le canzoni presenti nell'album erano legate alla natura teatrale di Renato, difficilmente iniettabile, nelle avide vene dei sorcini via solco.
Le più importanti canzoni infatti furono create per uno spettacolo recitato all'« Albergo Intergalattico Spaziale », nome abbastanza roboante che per un certo periodo ebbe il leggendario Folk-studio di via Garibaldi a Roma.

 Lo spettacolo fu visto, con troppa scarsa risonanza, da tutte le aquile del giornalismo musicale romano che, come si sa, per emettere un qualsivoglia giudizio hanno solo bisogno di un qualsivoglia appiglio: fama indiscussa all'estero, successo isterico di pubblico, dichiarazione di Moravia in costume da spiaggia al Circeo, citazione in un film di Ferreri ecc.
A dire il vero un sicuro appiglio di ciò che doveva poi divenire Zero, questo disco lo forniva a chi avesse voluto o potuto permettersi l'arte antica del guardare.
 « No! Mamma, no! », infatti, oltre ad essere un disco che si sente è anche un disco che si vede, per la presenza sulla busta di una sofisticata fotografia di Arpad Kertesz.
 La fotografia è la più insospettabile delle baldracche in apparenza di vergine tridia, essa usurpa la fama di « leggere » attraverso un corpo made in Japan con assoluta « fedeltà » una campionatura esauriente del reale.
Di quest'arte moderna si parla quasi sempre evocando termini come testimonianza, riproducibilità, fedeltà.
 Niente di più assurdo, la sua prerogativa è invece la medesima della grande pittura accademica dei secoli scorsi, quella di ammaliare, convincere senza insinuare sufficienti dissonanze critiche che indichino molteplici vie al consumo.
 I pittori fornivano l'immagine ufficiale dei potenti passando con diligenza per le strettoie o pastoie di un accademismo gia stabilito; i fotografii, per quanto fantasiosi possano essere, devono piegare la loro volontà d'espressione alle esigenze del preponderante mezzo tecnico che si trova per sua natura davanti e mai dietro il paesaggio, cosicchè il prodotto che essi forniscono ha sempre l'aspetto satanico del carisma statico.
I fotografi sono gli esecutori della mostrazione di superficie, non possono mai permettersi di penetrarla sfondandone le apparenze.
Molti artisti, ma oggi anche i politici, hanno cornpreso benissimo che per fissare di se un'immagine non mutevole devono affidarsi alla bella fotografia, magari lavorata in studio per rendere meno sospettabile suo basso valore di autentica comunicazione, e porsi immediatamente come feticcio, oggetto di venerazione.
 Renato Zero dovrà molto al suo intuito in campo fotografico, e l'incontro con Arpad Kertesz sarà determinante per la sua futura carriera.
 Riportiamo qui una breve dichiarazione d'amore e di professionismo del fotografo:

« Ricordo la prima volta che Renato Zero venne nel mio studio per fare delle foto.
Era all'inizio della sua carriera.
Mi telefonarono dalla RCA e mi ordinarono un servizio fotografico per una busta disco.
 Non conoscevo personalmente Renato, avevo sentito solamente parlare di lui, come di un artista stravagante, quindi quando arrivai, per me fu una sequenza di colpi di ,scena interessantissimi.
 Vedevo Renato che da solo, senza aiuto alcuno, con una facilità estrema, riusciva a trasformare un semplice abito in un costume bellissimo e stranissimo.
Poi il trucco, rimasi affascinato dalla facilità con la quale Renato riusciva a cambiare it suo volto, e non in modo arrangiato, ma sempre perfetto e preciso, con abilità superiore a quella di qualsiasi grande truccatore.
 Quando cominciammo a fare le foto, notai con piacere che tra noi non si creò alcun disaccordo fotografico, cosa molto strana, in quanto ogni artista, avendo una sua personalità, cerca sempre di tirarla fuori davanti all'obbiettivo, ma, specialmente le prime volte è difficile instaurare un certo feeling che invece è nato subito tra me e Renato.
 Andammo infatti subito d'accordo; io accettavo i suoi consigli molto volentieri e lui i miei senza problemi.
Insomma, senza grandi preparativi scenici e senza conoscerci bene, riuscimmo a fare le foto del disco « No, Mamma, no! » con un risultato stupendo.
 Ancora oggi vedendo quelle foto, io, che sono sempre molto critico per il mio lavoro, ne rimango affascinato.
Da quella volta continuo il nostro piacevole rapporto di lavoro.
Cominciai a seguirlo nei suoi spettacoli.
E mi accorsi, attraverso molteplici esperienze, che quest'uomo, oltre ad essere un vero animale da palcoscenico, con una forte grinta aveva anche una grande carica di umanità.
 Come persona mi piaceva.
Inoltre i suoi costumi, il trucco, le scenografie dei suoi spettacoli, rispecchiano la sua personalità.
 Mi accorsi di lavorare con un uomo « vero » non con una caricatura o con un fantoccio artefatto.
In ogni momento della sua giornata lui rimane se stesso.
Renato Zero è una realtà, non una maschera.
Ero compiaciuto di questa cosa. Presto s'instaurò tra noi un rapporto di stima e di amicizia verea, valida, che continua a vivere nonostante il successo, conservando la naturalezza e la semplicità di una cosa concreta”

INVENZIONI

Inventi le mie forme,
lo stile, è quello tuo…
pose per ore davanti a te
mi dipingi di sole, anche se non c’è:
a un tratto, trovo me!

Inventi quei colri,
le ombre su di me
poi chiudo gli occhi sul nome mio.
quel che inventi, lo sogni, son sempre io:
mi sento dentro te!

Poi mi scopro lì a volare il cielo su di me,
mentre la mia mano cerca te.
Arrossisci un po’, ma non vuoi
più mandarmi via.
…..Inventi la poesia!

Inventi quella luce
ma sogno gli occhi miei!

Mentre ti guardo io non so più
dove finisco io e cominci tu,
il sogno, la realtà.

Con il suo secondo LP Zero può contare su una popolarità maggiore ma, come si può intuire dalle parole di “Interventi”permangono pesanti le limitazioni di carattere discografico.
SE infatti l’accusa di plagio a Bowie incomincia a perdere di consistenza, anche perché Bowie nel 1974 ama dare di sé un immagine abbastanza scioccante di ragazzo-bene inglese proveniente più da un campo di golf che dalle viscere irreali di uno spettacolo rock, è altrettanto vero che ancora troppo brevi e disarticolate appaiono le canzoni presenti nell’LP.
Ciò malgrado, come riporta Dario Salvatori nel suo “megalibro” dedicato a Zero “quando Invenzioni venne pubblicato l’interesse fu grosso fin dall’inizio.
Un interesse reale, fattivo, non dettato soltanto da interessi discografici.
Chiunque scrisse una riga sull’album non fu in grado di prescindere dal personaggio Zero.
Per lui una grossa vittoria, senza dubbio”.
Renato si stava spianando le vie dell’indipendenza creativa, opponendosi a quella logica di cui parlavamo, che non si sa mai se chiamare del cantante di provetta o del cantante mutuato, formula simil INPS: assistenza previo contratto.
Logica che fa cantare le canzoni taffetane e “mo cambiste” di un Paolo Conte alla fresca contadinella Nada, le pensose e un po’ professorali intimità di Roberto Vecchioni alla scatenata e rockeggiante Gianna Nannini e, appunto le furbe trovatine erotico verginali del complicato, anche nel nome, Filistrucchi al deciso e carismatico Renato Zero.

TRAPEZIO

“Trapezio non è altro che la rappresentazione di una Broadway fallimentare, in decadenza, dove tutti i personaggi, alla fine dello spettacolo, si scoprono meno artisti, ma più esseri umani, forse anche perché sconfitti.
In generale il trapezio è ii circo, la scena della vita.
Per un acrobata il momento più importante della serata è quando lascia la piattaforma, stacca i suoi piedi dalla terraferma e si lancia nel vuoto.
Se afferrerà il trapezio sarà un vincitore, un realizzato, in caso contrario...
E’una scelta che dura una frazione di secondo, e proprio per questo è fondamentale.
Questo succede anche nella vita quotidiana. Prima o poi, a tutte le persone si presenterà l'occasione di lanciarsi nel vuoto: quante lo faranno, quante avranno il coraggio sufficiente?
I realizzati, gli espressi fino in fondo, per me sono coloro che si sono tuffati nel vuoto, che hanno rischiato.
Ho portato in giro per tutta l'Italia questo spettacolo e per la prima volta (ad un certo livello) sono andato anche nel meridione.
E mi sono trovato di fronte un pubblico eccezionale, che aveva una voglia di partecipare veramente incredibile.
Penso che tornerò sicuramente da quelle parti” (Intervista a Nuovo Sound, ottobre 1976).

Poveri, tristi, onesti, laboriosi lavoratori della RCA, il dolce fanciullo strambo dalle lunghe mani femminee e dalla voglia di sfondare, che sente, umile, i consigli saggi dei canuti Mogol e Migliacci padri della patria e del paramarketing, è già divenuto, alla traballante eta di 26 anni, un deciso rompiscatole, al quale, come a Coriolano i Romani, tutti devono rispetto incondizionato se non vogliono vedersi, a fine anno, it temuto ammanco fatturale (intendesi non l'arte dell'ammaliare con incanto ma il basso procacciamento d'utile).

Zero ce l'ha fatta: vibri e tremi chi pub.

“La gente che lavora nelle case discografiche è ignobile, io ce l'ho fatta ad emergere perché me ne sono fregato di loro”

“I manager sono molto piu falsi quando ti fanno i complimenti; quando invece dicono che faccio delle americanate si mettono in una condizione di autenticità, impreparati come sono ad un certo tipo di realtà musicale si squalificano da soli, e a questo punto l'affettatrice del gorgonzola e del prosciutto li attende inesorabilmente”.

“Nulla possono RCA e RAi, tutto é nel pubblico”

Da questo momento, al diligente biografo-investigatore che volesse seguire le tracce del focoso ragazzaccio apparirebbero almeno due piste maestre: quella dalla quale abbiamo tratto le dichiarazioni sopra riportate, che definIremo ufficiosa, a caldo, sempre ritrattabile, frutto della solerte affezione di pochi amici del « Lockness nazionale », professionisti dell'attesa all'addiaccio, dell'infiltramento programmatico oltre le cortine dei severissimi servizi d'ordine che, per un tozzo di pane o per semplice infatuazione,

riescono a tramandare ai posteri il dixit supremo; e quella da Comiato Centrale, vagliata dalla meditata compostezza della pur originale scrivana dal nome nuovo testamentale, Franca Evangelisti che augurabilmente, almeno per la non considerevole durata di un piano quinquennale, non teme ufficiale smentita
Franca, con "Trapezio", diviene la sopramamma, la ninfa egeria, l'ancora sostitutiva di un edipismo spesso dichìrato con italico furore.
Ma lasciamo a lei stessa i compito di dar fiato all''idilio:

"God save Renato!... L'avvicinamento suonerebbe quantomeno blasfemo ad un self-controllato suddito del Regno Unito; ma quando Renato comincia a cantare le prime note della "Favola mia", divenuta il suo inno nazionale, un applauso simile ad un tuono esplode.
E quando i riflettori si accendono improvvisamente e lui è là, regale, col suo manto dai colori astrali che si muove con naturale eleganza verso iL pubblico, anche la Regina Elisabetta si sentirebbe una stracciona e scommetto che proverebbe un
E pian piano il foglio bianco si anima di trovate, intuizioni, invenzioni, sincerità e contraddizione, immaginazione e vita.
Il tutto scaturito da quella miniera inesauribile e vulcanica che è la sua mente, e quella fantasia che è un bolide sfrecciante e in perpetua carburazione sulla pista della creatività.
Cosi mi trovo a seguirlo sul filo ininterrotto di un discorso su cui ti destreggi come un acrobata della parola, un trapezista della battuta, in una stimolante gara tesa ad una interpretazione grottesca (il lato umoristico della vita ci affascina entrambi) e insieme umana della realtà.
Renato è naturalmente bello, di fuori e di dentro, e come dargli torto quando dice che non è lui lo "strano", il "diverso", ma gli altri.
Perché, aggiungo io, se "gli altri" fossero come lui ii mondo sarebbe sicuramente migliore.
Quanto a me, quando ci abbracciamo per una soddisfazione e un successo vissuiti insieme, penso con rimpianto che è certamente il fratello che avrei voluto avere e che ho trovato in lui.
E' di una umanità disarmante, sensibile alla condizione dei meno fortunati, sempre pronto ad aiutare chiunque, e questo può essere una parola buona, o l'assumere nella sua compagnia teatrale un ragazzo messo fuori da un orfanotrofio.
Il successo a lungo sognato e faticosamente raggiunto non lo ha affatto cambiato.
La sua casa, la sua tavola, la sua amicizia sono aperte a tutti, come sempre, da sempre.
Tra tanti episodi, ricordo una sera in cui Renato mi disse: " vieni con me?..."; e andammo al Testaccio, un popolare quartiere di Roma. dove una meravigliosa famiglia di quelle romane autentiche, di cui s'è perduta la traccia, lo aveva invitato a cena. Lei infermiera, il marito guardia notturna e un numero imprecisato di figli, cugini, nipoti e nipotini, tutti a tavola a mangiare la "coda alla vaccinara",  a due passi dal mattatoio.
Renato li aveva conosciuti la sera prima, tra il pubblico!
Una serata straordinaria, a parlare di stipendi (bassi), di quella vita sociale piccola e discreta, coi problemi dei figli da crescere e mandare a scuola. Può sembrare retorica, ma questo è Renato!
E lui, contro la violenza, contro la droga, ha un solo propellente per cui vivere e ricominciare ogni giorno, per cui dare tutto se stesso, senza risparmio, ad ogni spettacolo: l'amore, quello con la A maiuscola, verso tutto e verso tutti, verso la vita, comunque!
L'amore è l'unico, vero partito a cui Renato appartenga e dico questo a chi l'accusa apertamente di qualunquismo.
Io mi iscrivo per prima!
Ragazzi, siamo... siate con lui, e chissà che da domani ii mondo non si metta a girare nel senso giusto!"

L'amore con la A maiuscola, Dio, non con l'organo dei tradizionalisti ma con la puzza di piedi di quelli di Comunione e Liberazione, il desco sempre pronto a raccogliere i sofferenti, l'orfano che, può sperare in una novella Margherita di Savoia, sono tutte vicissitudini terrene che i poveni cristi (stipendiati della RCA e ribattezzati managers più o meno con la stessa sensibilità romana che chiamò Cristo re dei Giudei) probabilmente hanno il sentore di averle gia vissute in qualche luogo e spazio del territorio patrio; ma gli tocca tacere anche perché assidui lettori dell'ufficialissimo Sorrisi e Canzoni Tv, conoscono e temono la profezia dell'implacabile Gherardo Gentili:

"Renato non dimentica gli anni in cui era sbeffeggiato, preso di mira, o addirittura preso a colpi di scopa come un topo da chiavica. L'offesa fu immensa, il torto atroce, per lui e per tutti quelli come lui.
E adesso non valgono i trionfi, non c'è rivalsa, né compenso.
Qualcuno deve pagare e Zero e gliela fara pagare, non finirà mai di fargliela pagare, finché avrà respiro.
E’ una Canossa senza fine e senza tregua.
Gli angeli sanno essere giustizieri e, se capita, per-sino vendicativi".

Fra il dire e il fare c'e di mezzo il ricavare... Lin­gua biforcuta, dicevano gli indiani ricostruiti ad Hollywood che hanno affascinato e condizionato la nostra vita.


Eppure difendere a senso unico la tesi di Zero violento e calcolatore, non solo suonerebbe ingiusto ma sarebbe semplicemente inutile, perché un prodotto vale soprattutto nel rapporto che ha con il consumo e questo enorme divoramento collettivo che Zero propone di se piazza nel bel mezzo delle astiosità teoriche la carne e i nervi di una moltitudine di ragazzi reali, capaci di attività pensatoria in forma primitiva, degna della massima comprensione umana anche perché il susseguirsi verticale del sapere non ha portato, a livello di grandi masse, una supremazia qualitativa del pensiero razionale e astratto su un pensiero piu semplice nel senso di primordiale, affidato al simbolo e alle raffigurazioni totemiche di gruppo.
La gran massa di giovani che vuole vivere nelle favole di Zero e che non né può più dei predicozzi di Giovanna Marini, Guccini e compagnia, ha le sue ottime ragioni. Vediamole.


DANZA DI MORTE


Il Bel paese dove il mandorlo è in fiore nasconde, sotto un'anima bacchica, giocosa e anarcoide, una latenza saturnale, divoratrice di una qualsiasi vision unitariamente razionale della vita.
Attributi italici sono la bega,il campanilismo, il gioco continuo della sopraffazione, l'individualismo, l'auto-distruzione permanente di un qualsivoglia valore.
Tutto ciò viene vissuto come gioco permanente, e ogni volta che qualche profeta con poteri politici reali, sia esso un potente signore del Rinascimento, un partito moderno o semplicemente un intellettuale alla Pasolini vuole debellare anche solo a parole questa forza oscura, gl'italiani sanno come fargliene passare la voglia, suscitando, a furor di popolo, uomini simbolo che per ambiguità e follia incarnino questo loro istinto nazionale di corteggiamento alla morte.
Mussolini e il fascismo sono ancora oggi materia d'infuocato dibattito, nessuno, dico nessuno, riesce a definirli, tanto domina in essi la contraddizione: essi furono potenti perché un intero popolo li voile potenti.
Con essi e per essi una nazione impedì, da una parte la nascita di una borghesia di stampo illuminato (Croce, Gobetti, Giovanni Amendla), dall'altra l'organizzarsi della classe operaia come classe egemone sotto la guida di uomini come Gramsci, Parri, Pertini.
In Italia non è possibile il nascere di nessuna scuola di pensiero ed artistica, la sua fine sarà sempre dettata da profondi dissidi dei componenti: cosi morirono il neorealismo nel cinema, il crocianesimo come pensiero originale della borghesia italiana, la quale oggi vive su posizioni cosi distanti fra loro, basti pensare a due realta come L'Espresso di Caracciolo e Il Giornale di Montanelli, da non riuscire neanche ad essere valida controparte per le altre classi.
Morl nel nostro paese dpo una tremenda carneficina anche il  '68, nato come momento profondamente anticonformista e socialmente progressivo.
In campo musicale s'era creato in Italia un vero e proprio movimento di cultura e di massa: attraverso le canzoni, o partendo dalle canzoni, era possibile discutere di quei problemi reali che una scuola farraginosa aveva reso ostici; lettere, dibattiti, conferenze facevano pian piano uscire masse incredibili di ragazzi dal viscerale umore nero di questa terra, fino al punto da scatenare una sete di partecipazione capace anche, incredibile oggi crederlo, di contestare la natura divina del cantante.
Per i giapponesi c'è voluta una guerra mondiale e una bomba atomica per farli desistere dall'idea che l'imperatore fosse un dio; per gli italiani, sempre meno epici e grandiosi dei nipponici, sono bastate quattro radio libere e un paio di giornaletti underground per processare al Palasport il giovane e splendido Orfeo del casato dei De Gregori.
Ma una volta passate le colonne d'Ercole della partecipazione e del consenso, e constatato che dall'altra parte non c'è altro che un gigantesco specchio, la paura dell'organizzazione, del costruirsi giorno dopo giorno una nuova identità sociale, ha fatto aleggiare ancora una volta il desiderio di morte, di irrazionale, di caos permanente, dove fosse almeno salva la santa individualità italica.
E chi meglio di Renato Zero poteva assurgere a modello di una individualità diversa, dove chiunque possa sentirsi libero di fingersi in qualsiasi pensiero, nella ipnotica dimensione del provvisorio dove tutto deve contraddirsi, distruggersi, annientarsi?...

Seguimi io sono la notte
il mistero, l'ambiguità
seguimi io sono la sorte
quell'attimo di vanità...

II dialogo finalmente è finito, al suo posto si sostituisce l'identificazione, e ci vuole un bel coraggio da parte di Renato ad affermare:

"quando uno interrompe con una provocazione il mio spettacolo, lascio perdere per un attimo diecimila persone, perché questo uno probabilmente c'é sempre; finché ci sarà quest'uno mi sentirei in condizione di avere con lui uno scambio di vedute"


Tutto questo caos comunque ha delle radici precise.
L'avversione ad organizzarsi dipende dal fatto che tutte le volte che un movimento di base nasceva, sospinto da una cultura propria, c'è sempre stato chi, provenendo da altre classi e da altre culture, ha voluto offrire i propri servigi razionalizzando l'irrazionalizzabile, con il risultato di riprodurre i meccanismi di potere che quei movimenti avrebbero voluto far fuori.
Così nel popolo s'è fatta strada da tempo immemorabile l'idea che un re vale l'altro e che non vale la pena, una volta fatte le proprie rimostranze, entrare nel palazzo dalla porta principale per uscirne il giorno dopo da quella di servizio.
Certo che ridurre il grande rifiuto popolare a gestire l'edificio del potere ad una natura istintivamente irrazionale è troppo semplice, come è troppo semplice spiegare il grande coinvolgimento rituale attuato da Renato Zero solo come reazione alla violenza dei signorini della lotta studentesca.
Per reazione alla troppo politicizzata era sessantottina abbiamo avuto altre meteore, dalla disco music al reggae, all’efebico Bose, ma nessuna di queste mode è stata vissuta in maniera cosi visceralmente appassionata.
Zero non è un ricettacolo di reazioni solo in negativo perché, se cosi fosse, rimosso il male, in questo caso una politicizzazione dei giovani, anche la « follia » di Zero si sgretolerebbe.
Egli è ricco, in realtà, di elementi profondi che appartengono a quel retroterra umorale di cui parlavo, primo fra tutti il suo travestitismo che ha origini molto più insospettabili di quello che si creda.

LO SCAMBIO DEI SESSI

"Quelli che si mascherano sono tantissimi.
I primi ad arrivare sono ragazzi travestiti da donne in costumi da festa attillatissimi, con le tette scoperte, provocanti fino allo sberleffo.
Fanno carezze agli uomini che incontrano, si permettono confidenze con le donne abbandonandosi a tutto quello che gli passa per la testa, seguendo in piena libertà il capriccio, il proprio spirito, e una grossa volgarità.
Ricordo fra gli altri un ragazzo che sosteneva stupendamente la parte di donna appassionata e battagliera, così scatenato che era impossibile calmarlo, e che continuava ad attaccar briga per tutto il corso prendendosela con tutti quelli che gli capitavano sottomano, mentre i suoi amici facevano finta d'ammansirlo.
Ed ecco arrivar di corsa un Pulcinella, con un gran corno che spenzola tra i nastri screziati intorno ai fianchi.
Parlando con le donne, riesce ad imitare insolentemente, mediante un semplice ma efficace gesto, la figura dell'antico dio degli orti, Priapo il cazzo e siamo nella santa Roma...!
Mentre la sua follia suscita, più che disgusto, divertimento.
Ed eccone un altro che, più modesto e più soddisfatto, si porta a spasso la sua bella.
Le donne ,si divertono a vestirsi da uomini, come gli uomini da donne, e quelle di loro che preferiscono il costume di Pulinella, divengono, per l'ambiguità stessa di questa maschera, molto interessanti.
Sono specialmente le giovanissime e le sposate che in questi giorni trovano il modo di farne di tutti i colori, non ce n'è una che resista all'idea di uscir di casa e mascherarsi comunque sia; e se ben poche hanno i soldi per comprarsi costumi costosi, esercitano la loro fantasia più per il travestimento che per la loro personale bellezza.
Molto facili a procurarsi sono le maschere da mendicanti, maschi e femmine.
Per questo si richiedono soprattutto dei capelli, una maschera per il viso completamente bianca, un piccolo recipiente d'argilla appeso a un nastro, un bastone e un cappello in mano. Passano compunti sotto le finestre o davanti ai pedoni, ricevendo, in luogo di elemosine, confetti, noci o altre inezie".

Tutto questo gran casino succedeva nella Roma del Settecento, e la brillante penna che ce lo descrive e di quel tedescaccio di Goethe nel suo "Viaggio in Italia".
Poi vennero nella città eterna i piemontesi e, come l'amaro Diesus, riuscirono a rovinare il sapore genuino di una tradizione non certamente solo formale.
Il travestitismo era quindi, anche in una città decadente e non certo esempio di una cultura subalterna originale, momento rituale di grande importanza.
Esso poteva essere permesso perché la nobiltà romana e il papato non avevano nessun bisogno d'allargare la base del consenso a strati più vasti della popolazione.
I Piemontesi dovettero invece, per cementare quell'accozzaglia di popoli che l'avventura cavouriana aveva unito, creare tutta una serie di luogotenenti della burocrazia, estirpandoli dalle classi più povere per ingozzarli come capponi di quel tipo di cultura che ancor oggi trabocca dai sussidiari e dai libri di testo della scuola dell'obbligo.
Permettere il riprodursi di una cultura diversa da quella del potere non sempre arreca danno quest'ultimo, specialmente quando i modi in cui questa cultura si manifesta portano su una strada che va esattamente nella direzione contraria a quella rigidamente strumentale e razionalisticamente efficiente che permette a un gruppo ristretto di uomini di soggiogarne altri.
L'ideologia del potere, infatti, deve essere asessuata, o meglio deve impedire che i sessi s'incontrino, si mescolino, in una parola impone che iL femminile presente nel maschio venga mutilato.
Femminile e maschile, anche nelle rappresentazioni che ne abbiamo nell'arte popolare di tutto it mondo, non si riferiscono esclusivamente ai Patti sessuali ma rivestono la divisione fondamentale di un qualsiasi sapere, sono i due termini di paragone che rendono possibile l'equilibrio del reale.
La donna, che rappresenta anche la natura (e infatti i romani identificavano questa con una dea femminile), non può partecipare al banchetto degli eroi borghesi, ma deve essere da loro esclusivamente dominata.
Quella cultura popolare dalla quale scaturiva un Carnevale come quello descrittoci da Goethe, legata alle dee femminili nei vari aspetti ciclici della fecondità, della conservazione, e della vendetta se un qualche equilibrio naturale veniva minacciato, si poneva come una lettura del reale non' finalizzata a un periodo o a un gruppo ristretto di uomini ma testimone di una sapienza i cui parametri potessero avere un valore universale.
Questa cultura non poteva concepire, in quanto negazione stessa dei principi in cui si fondava, il fatto che delle persone vivessero non per godere o servire la natura ma per soffocarla, lavorando in ultima analisi, anche contro se medesime, che di tale natura erano partecipi.
Essa non poté porsi come antagonista del potere egemone, semplicemente per il fatto che non riusciva a concepirlo come reale.
Il popolo poteva attribuire a un cattivo principe il solo attributo di malvagio, legando il fenomeno Principe-Potere al concetto che aveva del “Male”, una forza fatalmente presente destinata a essere vinta dal “Bene”.
Non era però in grado di concepire che il Principe-Potere potesse lucidamente dominare non perchè spinto da forze avverse (discendenza, rango, fortuna, caso, ecc.) ma in quanto padrone di una cultura assolutamente libera da problemi cosmogonici di saggezza.
D'altronde è solo con Machiavelli, il quale, sia detto per inciso, fu autore all'indice in Unione Sovietica, che la nascente borghesia ebbe il coraggio di raccontare a se stessa una triste storia che sempre aveva saputo.
Ai nostri giorni, dopo l'organizzarsi ad immagine e somiglianza del potere di organismi rappresentativi le classi più povere, quel modo del tutto originale di concepire una sapienza popolare e di darne rappresentazione non gode più di un consenso generalizzato, ma soprattutto non si manifesta più alla luce del sole... davanti al mondo.
Oggi esiste una cultura che funziona sia per gli sfruttati sia per gli sfruttatori, senza che nessuno si chieda da dove essa venga, quali siano i suoi fini, se per caso i meccanismi che ne rendono possibile l'utilizzazione non siano già predisposti ad un destino.
L'uomo non è ad una dimensione, ma si vede, si crede, s'indaga ad una dimensione.
Malgrado ciò la realtà non è iscatolabile, e dato che gli uomini non le sanno vivere accanto gli prepara giorno dopo giorno qualche bella sorpresa per tenerli desti, forse con la segreta voglia di richiamarli a se.
Al procedere regolare di comportamenti già tutti predisposti nella mente dei logici ad oltranza, s'alternano quelle che molto presuntuosamente essi chiamano variabili impazzite.
Renato Zero non ha letto Goethe e pensa che le radici della sua cultura siano tutte al Testaccio; c'è chi dice - e lui propone di attaccargli con un chiodo la lingua al suo portone come gia Bonifacio VIII fece, secondo Dario Fo, con i seguaci di Jacopone da Todi - che lui si traveste perché alla fine ha visto che la cosa funziona dal punto di vista economico, e quando gli capita di prendere delle sbandate che vanno un po' troppo sull'orgiastico s'affretta a condire il tutto con un cristianesimo perbenista che lo riporta sui binari delle cose semplici che non fanno troppa paura.
Ciò malgrado Zerolandia esiste, e se Renato Zero si tagliasse i capelli, si mettesse in tuta della Pirelli e cantasse Brecht su un clavicembalo con l'aiuto dei vocalizzi di Yoko Ono, facendosi odiare dai «'sorcini », Zerolandia continuerebbe ad esistere: l'atmosfera ambigua suscitatrice di fantasmi erotici sinuosamente accettati come qualcosa d'arcaicamente familiare vive d'una vita propria, è sospesa nell'aria, in essa il caso fa convergere interessi paralleli che possono non avere nulla in comune ma che, loro malgrado, contribuiscono a resuscitare istinti mai sopiti.
Oltre ad essa, a chi avesse voglia di piangere sulla litania del riflusso e lo smarrimento di queste masse giovanili, suggeriamo un po' più di consapevolezza e un po' meno volontà di dominio, perché se é vero che Zero transita quasi a sua insaputa in uno dei punti nevralgici della nostra civiltà, è altrettanto vero che ne lui né le forze che ne vorrebbero approfittare possono permettersi di manipolarne il senso, a rischio d'essere messi inesorabilmente da parte.
Zero è riuscito ad aggrapparsi ad un"trapezio", il suo istinto lo pone al centro di vasti sommovimenti umani, le parole che usa nelle sue canzoni sono inquinate da una retorica italica diametralmente opposta all'effetto che sortiscono, testimoniando ancora una volta, almeno nel campo dei coinvolgimenti di massa, l'impossibilità di mani-polare le forze più recondite della natura umana a proprio esclusivo favore.
Renato intuisce, e lo abbiamo sentito dire da lui stesso nell'intervista concessa a Nuovo Sound, che i personaggi di "Trapezio" alla fine dello spettacolo si scoprono meno artisti ma più esseri umani, forse anche perche sconfitti, ed e proprio in questa loro rinuncia a vincere, perlomeno in un certo modo, che essi si pongono sempre. come uno degli enigmi più grandi della nostra tanto decantata cultura della ragione.

ZEROFOBIA

Renatoto parlò di Zerofobia in un'intervista concessa la sera del 24 agosto 1977 alla rivista  Popster

« Io difendo la musica italiana, perché ancora siamo a un livello... dopo la morte di Elvis Presley, uno si rende conto di quanto sia amara la realtà di un uomo come Elvis che non ha vissuto pratica-mente, perche era chiuso dentro una cassaforte plena di miliardi, questo forse si, non aveva diritto, come qualsiasi altro essere umano, a vivere una vita artistica e umana al contempo, dignitosa.
E morto a 42 anni in una miseria di rapporti.
Lo sai che in America, quando sei uno che vale seimila miliardi, non puoi neanche uscir di casa perché ti linciano?
Capito che voglio dire?
E questo lo trovi Bello?
Io preferisco stare in Italia, dove siamo ancora ad un livello, non di maturità indu-striale riguardo ai dischi e alla musica, ma se non altro abbiamo la possibilità di fare degli spettacoli e di avere un continuo contatto col pubblico, cosa che in America, tu sai, è difficilissimo.
E poi il più delle volte  non è possibile, perché in questi stadi di ventimila persone delle volte succedono delle situazioni per cui si rimanda la serata di giorno in giorno, e poi l'artista arriva o con l'elicottero o non arriva proprio più.
 La morte di un certo tipo di musica è dovuta alla mancanza di obiettività e di estemporaneità che è nella musica stessa.
Io sono nato... per esempio, proprio per portare un paragone italiano e, siccome mi conosco, non parlerei mai d'altri, perché in questo caso io conosco me stesso e quindi mi sento di dare dei giudizi sulla mia persona.
Voglio dirti che io sono nato in palcoscenico, non dai dischi, perché non m'ha fatto ne la RCA ne la RAI, ne i giornali e niente di tutto questo.
M'ha fatto il pubblico, e io sono forse il pri-mo artista in Italia ch'è venuto fuori dallo spettacolo, e questo lo trovo molto bello; molto più bello che sentirmi un fenomeno da copertina o da Hit-Parade.
Io faccio un tipo di discorso rock, se vuoi chiamalo pop, chiamalo come vuoi tu, però e un di-scorso che mi lascia lo spazio per abbracciare certi tentativi.
Per esempio, Tragico samba, non mi sarei mai sognato d'inciderlo un pezzo cosi, un samba!
Un punto interrogativo grosso come una casa.
Eppure a me... voglio dire, nelle soddisfazioni di un artista c'è anche quella di riscoprirsi in certe espressioni musicali e non rimanere ancora per forza di cose al cliché!
Claudio Baglioni, ad esempio, è uno che scrive in un certo modo e ho sentito quaranta pezzi di Claudio, anche se lo stimo molto, però sono tutti allo stesso livello.
Non è che ci siano dei tentativi o un coraggio.
Io lo stimo, torno a ripeterlo, però è bello chel'artista rischi ogni tanto, rischi la propria pelle, no?
Io ho fatto questo spettacolo, stasera, col rischio.
Ho rischiato, ho fatto uno spettacolo teatrale in un locale, con un testo, delle scenografie, delle cose che mi hanno costretto anche a vivere una dimensione un po' disagiata, perché non in tutti i locali puoi montare le cose come vorresti.
C'è un cavallo bianco che stasera non è entrato in scena perché non c'era posto.
Ma la cosa più interessante che credo di aver fatto, senza farmene un vanto, ma che dimostra in pieno come bisogna delle volte rischiare se si vuole andare avanti, è presentare uno spettacolo completamente nuovo.
Questa sera, se non sbaglio, non avete sentito né Madame né Inventi ne No, Mamma, no!, ed è giusto che sia cosi.
Un artista non deve attaccarsi al successo, e chiedere l'applauso, rivangando magari un certo tipo di atmosfera, perché sa che il pubblico puo essere preso sotto un aspetto sentimentale.
Queste cose non le ho volute fare.
Ho voluto fare "Zerofobia", che è uno spettacolo completamente nuovo con tutto un repertorio nuovo » (Da un'in-tervista di Popster, fatta la sera del 24-8-1977).

Il pezzo sopra riportato è certamente esemplare, di un uomo che parlando agli altri non desidera comunicare impressioni, atteggiamenti, forsee consigli, ma che dà un valore esasperato all'esistenza di una manciata di sicurezze.
Mentre parla pensa ad una cosa sola: l'esistenza fatale di una “trappola” da cui deve assolutamente fuggire.
Zero è uno stregone, it fanatismo del quale è fatto oggetto è fobico, ovverosia è un fanatismo che genera paura ossessiva, persistente, intensa.
Si ha fobia, almeno cosi assicurano gli psicanalisti, quando si crede che la paura nasca per un meccanismo di spostamento di un conflitto interno (inconscio) su un oggetto esterno, simbolicamente collegato al conflitto.
Alla acro-fobia, paura delle altezze, alla eritrofobia, paura di arrossire, s'è aggiunta per i « sorcini >> la zerofobia,
e Renato, sentendosene a sua volta spaventato, non può far altro che correre ai rimedi.
Lo stregone, l'invasato che invita il pubblico a seguirlo dichiarando d'essere la notte, il mistero, l'ambiguità, incomincia a tremare di quella forza misteriosa che ha saputo scatenare, e incamminandosi sulla più sicura strada che fu già di Silvan e di altri meno noti prestigiatori, all'ambiguità preferisce il compromesso, al mistero il più casareccio rischio, alla dottrina degli sconfitti il farcela a tutti i costi.
Il rischio maggiore che corre è del tipo: spadone da conficcare in scatolone contenente bella fanciulla in slip luccicante e piumata chioma.
Canta nella
Trappola:

Senti... chiamano il tuo nome!
E it tuo giorno, tocca a te...
La fortuna ti apre it cuore
ma non chiederti perché!
Vinci se non vuoi morire,
questa è l’occasione tua...
e vai
e vai
tu stringi i denti e vai,
attento a dove metti i piedi, sai...
c'è una trappola...

Nello sguardo del campione,
non più sogni né avvenire,
solo voglia di scordare
la sconfitta che sapore ha!
II mestiere tuo è rischiare
tutto è prendere o lasciare...
E vai
e vai
sorpassa tutti e vai
il traguardo é là, ce la farai
c'è una trappola!!!

...Quando sceglierai la vita,
il meglio del meglio uo vorrai,
quando ti diranno hai vinto
attento a chiedergli se mai...

Se con «Trapezio» Zero arriva al successo, con « Zerofobia >> scopre che il successo si può mantenere e ripetere, basta conoscerne, non tanto i gelidi meccanismi, ma la qualità materica, il senso profondo che lo fa esistere.
Ed il successo in una società come la nostra ha inequivocabilmente l'aspetto d'una merce
“Io ho venduto ciò che ho acquistato”, dichiara Renato in una delle tante interviste del 1977, e non a caso la canzone piu famosa e forse più sentita di « Zerofobia » e Mi vendo:

Mi vendo la grinta che non hai
in cambio del tuo inferno
ti do' due ali, sai!
Mi vendo
un'altra identità!
Ti dò quello che il mondo
distratto non ti dà...

Zero non si pone più come perdente tra i perdenti, catalizzatore surreale di una latenza di gusto e di fini che il potere arrogante ha cercato di soffocare; la fantasia, l'imprevisto, i1 vivere la follia come simbolo ambiguo. non saranno da questo spettacolo in avanti se non la forma ancora molto potente e ammaliatrice di un mercato delle ideine che non hanno bisogno di essere pubblicizzate o promosse, tanto sono già conosciute o digerite dal pubblico.
Morale: la fobia di Zero serve a generare paura e attrazione; Zero, e quindi i suoi dischi e i suoi spettacoli, servono a togliere la paura stessa.
Ci sono società, raccontano, che non vengono incontro ai bisogni della gente (tutto ciò fa parte di usi ormai fuori moda), ma .si limitano ad indurli.
Ma come vendere l'aria fritta con la pretesa di offrire «quello che mondo distratto non ti dà»?
Basta leggere con attenzione i1 brano dell'intervista a Popster sopra riportato, per comprendere di quale capacità o rapacità mercantile Renato sia capace.
Prima di tutto non bisogna dare l'impressione di vendere gli stessi prodotti: quindi, spettacolo dopo spettacolo, invertirne la distribuzione, attuando tagli, aggiungendo canzoni mai cantate, creando nel pubblico l'illusione di star partecipando a qualcosa di funambolesco, sempre sul filo del rasoio, mentre i tamburi del circo suonano suspence.
Dire frasi a tutti note can l'aria di un grande sforzo mentale, abusando di sostantivi come « profondità,
certezza, o di espressioni con parole quali addirittura. assoluto,superlativo:

“Io dico con assoluta certezza che i Beatles non sono un fenomeno musicale, ma che gli dobbiamo molto, perché grazie a loro ci siamo riscattati di certe cose e di certe libertà non solo musicali ma addirittura sul piano sociale e umano”

 Il giorno che smetterò di cantare probabilmente farò un'altra cosa; non ho problemi fallimentari nel senso musicale della parola”

“Se per apostolo s'intende uno che, anche disinteressatamente, si sente di dover dare o insegnare qualcosa, io sono un apostolo”.

“L'indifferenza mi manda in bestia perché la considero superficiale”.

Quando ci si e conquistato il favore del pubblico mentendo clamorosamente, più la bugia sarà enorme più l'effetto di fanatismo tenderà a svilupparsi:

Non credo si possa pensare a me come a una superstar, perché superstar è una cosa di frigidità e di distacco.
Io non sono ne frigido ne distaccato e quindi non sono una superstar”

“Io, da non dentifricio quale sono, spero che la mia durata non si esaurisca in un tubetto”.

Tutti questi modi di porsi comportano un rischio che non è quello dell'artista che esperimenta la molteplicità delle sue proprie anime, come Federico Fellini che un film si e uno no viene dato per finito, con conseguente difficoltà di procurarsi produttori e sovvenzionatori.
E’ il rischio del buon imprenditore che sa che esiste l'economia di mercato, che esistono cioè altri prodotti del tutto simili che devono assolutamente essere battuti. Zero parla, nell'intervista, di Claudio Baglioni, isola fra i suoi prodotti una quarantina di canzoni e spiega la scarsa loro
presa sul mercato con una analisi da vero genio del-l'imprenditoria.
Con un «troppo monotone... troppo ripetitive», ii consigliere delegato Zero liquida il lavoro di un artista che egli considera più o meno come Agnelli un onesto, facoltoso artigiano della Valtellina. E’la classica situazione in cui Zero può dire: potevo stravincere ma mi sono limitato a... it resto 'lo sapete
Altro parametro, per una buona gestione della ditta, è l'esaltazione illimitata della capacità del pubblico di emettere giudizi definitivi.
Il pubblico vuole la Coca Cola, il vino edulcorato, dieci file di ombrelloni, a Riccione?
Ebbene, la Coca Cola, il vino edulcorato, i dieci ombrelloni a Riccione sono i più qualificati prodotti che la nostra civiltà ha saputo « creare » per dar testimonianza della propria esistenza nel lento susseguirsi dei tempi, ed è consigliabile che chi voglia piacere a questo pubblico non si metta in testa di parlar male di loro. Il pubblico non ha sempre ragione ma deve aver sempre ragione; questa, perdiana, è democrazia.
Per molti artisti il successo è un vero e proprio martirio: John Lennon, sensibile e colto com'era,ha fatto •di tutto, dopo loscioglimento dei Beatles,per provocare il pubblico, per avere un qualche clamoroso insuccesso che gli permettesse di capire dove finiva il mito e dove incominciava la possibilità di essere se stesso; la storia dei suoi LP andati male, .l'odio dei fans per il suo rapporto, oltre che d'amore anche e soprattutto artistico, con Yoko Ono, ci lascia la memoria di un grande artista, molto complesso e molto poco consumabile.
In Zero la paura del successo non è mai una paura umana che investa la creatività, ma è semplicemente la
paura che il mercato si restringa, mostri anche

brevi periodi d'asfissia che, se per un vero artista non possono essere altro che augurabili pause, per una ditta in espansione rappresentano ik crollo degli investimenti...

ZEROLANDIA

« L'occasione perduta, e già pensi alla prossima volta!
Eccola la prossima volta, l'appuntamento che aspettavi, è adesso... chiudi gli occhi, spegni la luce e via.., il disco è partito! Dammi la mano e seguimi...
Zerolandia è per te... per te... per te, per tutti voi che mi amate da una vita.
Voi che potete entrare senza passaporto e senza formalità in questa terra di verità e d'illusione, di prosaiche poesie e di poetiche follie.
Che tu sia in canottiera o in abito da sera, seguimi!
Da' soltanto una spolveratina alla tua anima: it tempo passa, la ragnatela dell'indifferenza ti soffoca, lo smog del tuo grido non raccolto toglie il respiro a quel piccolo, grande fiore che sei, cresciuto sotto il sole artificiale e imprigionato nel gioco dell'ipocrisia, della violenza, del disumano.
Qui troverai ancora spazio per un sen-timento, per una lacrima, per un sorriso... con la sincerità di sempre, e se riuscirai a ritrovarti anche solo un po' in una storia, in una frase, in una nota... se ti avrò dato ancora una volta un'emozione, vuol dire che fai parte di Zerolandia e che Renato è ancora tuo, sempre amico, sempre uomo, sempre vita...
E puoi guardarti ancora nel cuore e dire: sono con te! Ciao Ni! “

Con questo comunicato stampa in versi zerolandesi, la trucida palpeggia gli incantati estirpandone it soldo, l'anima ma non la buona fede.
E’ assolutamente certo che le puttane, mostrando la coscia, roteando gli occhi e slinguando tra labbra e naso, non riescono a rendersi accettabili da chi, preso da altri pensieri, non le degni di uno sguardo.
Per Zero, e forse per i suoi sorcini sono def nitivamente finite le paure, ormai sono amici per la pelle, ora hanno un unico problema... non annoiarsi.
La politica rompe i coglioni, il travestitismo piace ai nonni che portano i loro nipotini sotto il grande tendone di Zerolandia, a Dio ci credono ormai quasi tutti, non rimane che l'ultimo dei leitmotiv del decadentismo borghese: it sesso-detersivo da scrutare con occhi da guardoni, giocattolo da rivestire ora dei panni del buon senso:

Donna è vero
che ti sai dare
ma credi, l'amore
non è un fatto di or
non è solo sesso...

ora con un gusto sinceramente pornografico senza nessun entennamento erotico:

Dai, su, sbattiamoci!
Tanto per conoscerci di più...
Dai, su, perquisiamoci
sulle reti morbid
con un dolce su e giù
Dai, noleggiamoci...
in fretta sorvegliamoci cosi
dopo poi alterniamoci
provo io e poi provi anche t

e finalmente rivestito di quella originalità sfrenata che solo l'amore a tre puo dare ad un prodotto un po' troppo consumato e bisognoso d'essere rinverdito:

Mi aspettavo, to sai...
un rapporto un po' più normale!
Quale eventualità
trovargli una collocazione...
Ora spiegami, dai
l'atteggiamento che dovrò adottare...
Mentre io rischierei
Di trovarmi al buio fra le braccia di lui
Non è il mio tipo.
Il triangolo, no,
non l'avevo considerato
d'accordo, ci proverò:
la geometria non è un reato...
Garantisci per lui?
Per questo amore un po' articolato
Mentre io rischiere
ma il triangolo io lo rifarei
perché no?
Casella di testo:  
Io lo rifarei!

ERO ZERO

« e il discorso continua!
Era un monologo allo specchio, immaginando quella che sarebbe stata forse un giorno, più nelle mie speranze che nelle mie certezze, la vostra faccia... la vostra voce.
Un bisbiglio confuso prima; poi un mormo-rio, e adesso un coro...
La mia anima ha trovato la risposta a tutte le sue ipotesi sui vostri volti, nelle vostre voci, che si Sono centuplicate, sovrapposte, accavallate, come le onde di un mare che mi ha sommerso..
Questa splendida realtà che mi circonda e mi scalda, mi commuove e mi esalta!
Siete tanti ormai, eppure vi conosco, uno per uno...
Con Zerolandia ho offerto a ciascuno di voi l'opportunità di un viaggio che poteva essere una necessità o soltanto un pretesto, una vacanza o forse qualcosa di più, un'evasione...
Un'occasione comunque! Ricordate? Senza passaporto dicevo...
E senza passaporto siete entrati a cercarmi, a vedermi...
Ma, io spero, soprattutto ad ascoltarmi! Perché le mie parole non siano soltanto una frase senza nesso, perché ho bi-sogno di vita, io, come voi, perché non sia un'oncia in più d'oblio a riscattarci, ma un'idea: quella di non essere più figli sbagliati ma figli della luce, in una guerra assurda, si, ma non per questo senza eroi! Ora la favola non è più soltanto mia, ma nostra, vostra...
Magia di Zerolandia?!
Forse, ma io credo, piuttosto, magia di voi, che avete afferrato la mia mano tesa...
Voi che avete accolto quel richiamo... Magia di sentirsi condivisi nei nostri sentimenti repressi, nei nostri incubi malcelati, nei nostri sogni segreti che ora non sono più segreti...
"L'indirizzo ce l'ho...", e anche voi!
Anche questa volta, come sempre più di sempre, dobbiamo ritrovare it coraggio di gridare in faccia... bella la vita!!! ».

« Ero Zero » di erotismo non ha assolutamente nulla, ed il solo fatto di aver chiamato cosi un disco che parla di noia, di morte, di suicidi mancati, del terribile morbo di nome « malinconia » che colpisce gli arrivati e i ricchi (malinconia ninfa gentil diceva Aleardo Aleardi, poeta veronese) è di un pa-tetismo piramidale, non dico obeliscale per non scivolare nel faceto.
Questo disco è comunque di una sincerità disarmante: Renato Zero è ormai un Ma-saniello senza unghie, sradicato da se stesso.
La violenza con la quale si ottiene il successo si trasforma da sopraffazione a masochismo congenito.
La deificazione, un giorno sublimata con il pubblico, va avanti per forza di inerzia, spinta dall’immagine, ormai vuota, di un fantasma di se
Renato deve aver scoperto, ma chissà, forse solo nei sogni che il coraggio non è ne autocritica ne commiserazione, ma, per un uomo di teatro, qualche volta saper essere impopolari.
Una scoperta dolorosa, che non trova per il momento nessuno sfogo esplicito ma che si manifesta con un piangersi addosso melmoso, cupo, spaventoso.
Canta, nel famosissimo Carrozzone:

Bella la vita che se ne va
un fiore, un cielo, la tua ricca povertà
il pane caldo, la tua poesia..Tu che stringevi la tua mano nella mia!
Bella la vita, dicevi tu
è un po' mignotta e va con tutti, si, però..
Però, però... proprio sul meglio t'ha detto no!

In Fermo posta, con versi gelidi che la decadente Evangelisti non riuscirebbe a scrivere neanche se fosse iimbarcata, nell'oceano, su una zattera con Osborne, Pinter e Beckett, Renato fa il punto sulla sua situazione sentimentale:

No, io non conosco i sentimenti
solo sospiri e lamenti
lividi viola qua e là.
Ho un'interferenza nel cuore
quello che intendo per amore
forse è soltanto spiare,
udire, guardare e poi fuggire...

Nella “Tua idea” il pianto ha l'aspetto di un sibilo ultrasonico; per la prima volta, con una forma letteraria completamente antiretorica e se vogliamo anche antipoetica.
Renato, sottomettendosi a quella lucidità che ferisce veramente, raggiunge in maniera invisibile ma forse molto profonda un pubblica che lo aveva investito di poteri soprannaturali, esaltandolo come l'uomo « dallo sguardo fulmineo e dalla capacità di ipnotizzare le folle con un solo gesto »:

E’ meglio fingersi acrobati
che sentirsi dei nani
spendere tutti i sogni
eludendo i guardiani
finché il tuo cuore è intatto
e il tuo coraggio non mente
ti ritroverai uomo dietro un fantasma
di niente
ti mostrano il sorriso e poi
li scopri assassini
ti vendono la morte pur di fare i quattrini...

Ogni bel gioco è bello perché dura poco, “La tua idea” è un'isola di chiarezza in un mare di melma, dove tutti i leit motiv di Renato Zero affiorano per rendere difficile una navigazione che sembra quella descritta a tinte fosche da Poe nel suo Gordon Pym.
Nel “Baratto” s'avanza lo spettro di Renato, che se potesse mercanteggerebbe Dio, il Renato dell'inno nazionale di Zerolandia e paesi limitrofi, il Renato di “Mi vendo”.
Canta, nel Baratto:

L'amore in fondo non è poi che un baratto...
Dai, troviamo un riscatto..
Di qualche cosa ti puoi anche privare..
Dai, facciamo l'affare...
Baratto, distratto
sei tu che mi hai sedotto...
facciamo un contratto!

Il disco finisce con una canzone dove Zero è un naufrago che canta, per consolarsi, la possibilità dd una difficile salvezza:
Arrendermi... Mai!
lo non voglio arrendermi...
Il corpo è fragile,
la mente no!
Sogni non ho,
io non so di cosa vivrò...
lo, guerriero senza storia
un'ombra in cerca di memoria...
Arrendermi... Mai!
Non sarò mai un atomo
senza volonta [...]

Come posso arrendermi?
il mio corpo è fragile,
la mente no!
Ritroverò
qualcosa chiamato amore,
il dolore e la pietà...
Sono vivo, vedi? Sono qua!

D'essere vivo Renato è convinto, come una donna esquimese di saper fare la danza del ventre.
In
tanto il cielo e sempre più « fango », le onde crescono, l'ossigeno manca, e sotto, ma non troppo, si sente una gran presenza di... pescecani...!
Io stesso, che non sono un pescecane, ma forse una medusa pruriginosa, preferisco non infierire e con calma cerco mari piu tranquilli, lasciando it povero naufrago con l'augurio di cavarsela da solo.

ZEOTREGUA

« A questo punto, l'ispirazione non poteva nascere.che dal sano istinto di difendere un prezioso bene: la libertà

Una libertà oggi più che mai dimenticata..
Una libertà pulita, essenziale.
Libertà è sorridere senza essere fraintesi.
Libertà è raccontarci i nostri complessi e le nostre perplessità.
Libertà è vincere la paura di non essere più liberi di raccontarci.
Libertà è un ragazzo che può cadere in errore senza essere condannato.
La libertà è un bambino che non è mai invecchiato.
La libertà, infine, è in chi ti lascia respirare, impazzire, amare: in chi ti fa pensare che c'è ancora vita, che si può continuare.
La libertà è ancora questo disco.
La mia etichetta "diversità" ancora una volta ha fatto rima con la mia incontrastata libertà.
Neanche io avrei giurato di riuscire a cercarla e a cantarla ancora.
E se la libertà è minacciata...
La ragione è troppo spesso dentro di noi: nella violenza
e nella crudeltà che ci sorprendono senza più un gioco da giocare nei prati dove non corriamo

Tregua! chiediamo tregua...
Chissa che domani non sia troppo tardi!
Dedico queste mie canzoni a chi mi ha fatto nascere e crescere libero: a Domenico Fiacchini. Con amore ».

L'ultimo capitolo di un libro « magico » dovrebbe confondersi con il primo, ne dovrebbe avere lo stesso contenuto, rappresentato però in aspetto diametralmente opposto, e ciò per ribadire la bifronticità del sapere e l'impossibilità di starsene solo da una parte.
In quel primo capitolo si parlava della violenza che Zero possiede, suo malgrado, dentro di se, e di come pennivendoli, ingenui, fanatici, ri-suscitassero in una incoscienza collettiva veramente terrorizzante un linguaggio molto vicino ad infausti ricordi patrii.

In quest'ultimo capitolo è lo stesso capro espia-torio Renato Zero che racconta, fra l'altro in maniera molto pacata e niente affatto visionaria, del “mostro” che è in lui ma che, onestamente, sappiamo esserci anche in noi.
Renato, non a caso, capisce che la posta in gioco di tutto questo farneticare può essere la libertà, per la quale chiede, a se stesso e agli altri, una tregua alla demenza. «
“Se la liberta E minacciata”, dichiara, “ è perché è dentro di noi: nella violenza e nella crudeltà che ci sorprendono senza più un gioco da giocare nei prati dove non corriamo più”.
Il doppio album «Tregua» è tutto un « j'accuse » piuttosto coraggioso, e questa volta il suo abituale sarcasmo di gusto un po' da caserma lascia •il po-sto ad un'autentica e dichiarata ironia.
Canta, in “
Guai”:

Ho indossato
le pelli più strane
ci han creduto
le monache e le puttane...

E in Niente trucco stasera:

Ho cantato
E ho pregato
E il mondo dissacrato.
Quante volte invano, io
ho nominato Dio!

In “Chiedi di più” arriva a cantare la propria perdita di popolarità, un giorno o l'altro inevitabile, chiedendosi che faccia avrà l'idolo falso che prenderà il suo posto:

Chissà che faccia avrà
chi mi sostituirà?
Come saranno le sue mani!
Basta che sappia darsi come ho fatto io!
Che non sia solo un gioco
solo un mestiere il suo!

Chiedi di più” è
una canzone dove apparentemente un amante parla alla sua donna; in verità è Zero che parla al suo pubblico, che lo ama più di una singola persona fisica.
D’altronde il suo esasperato egocentrismo lo porta ad essere sempre identico a se stesso, molto poco diverso e molto « padrone » del proprio io, che non soffre certamente di sdoppiamenti.
Al nuovo idolo, l'amante-pubblico dovrà dire di no se lo vorrà stupire, no se gli farà promesse, no se lo vorrà violentare... Tutti quei no che non hanno voluto o potuto sbattergli in faccia i suoi pazzi, meravigliosi, violenti, dolci ammiratori.
In “Per te£”, canzone-lettera al sorcino tipo, a un certo punto Renato dice:

Non è un gioco!
Non darti via per poco!
Grida forte...
Spaventerai la morte!

Il distacco del predicatore dal suo gregge; Zero ha chiesto tregua e invita i suoi discepoli a camminare con le loro gambe, perché lui non è più la notte, il mistero, l'ambiguità e, mentre in pantofole controlla i libri IVA della Zeromania music srl,io chiudo questo libro parafrasando i versi di “Per te” con le parole di un poeta mio amico: Michele Straniero:

la vita
è un bel gioco
perché dura poco
e po
di lassù
Casella di testo:  
lo tronca Gesù


BIBLIOGRAFIA SRAGIONATA

Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, Einaudi, 1964
Nel libro vengono svelate, una volta per tutte, le tecniche con le quali è possibile invertire le parti di un discorso per ottenere l’effetto destabilizzante ma anche “rinfrescante della saggezza.

Dario Salvatori, Arpad Kertesz, Renato Zero, Gremese, 1980
Non è un libro osannante, né denigrante, ma non risolve il vecchio annoso problema se sia possibile conciliare il diavolo con l’acqua santa.
L’effetto che la lettura del megalibro sortisce è un violento desiderio di una qualsivoglia tinta fosca.
Si accetterebbe, dopo poche pagine, il canto di un alpino in stanza a Fortezza, con in sottofondo un coro di tutisti palermitani in gita nella val Pusteria.

Gianni Pettenati, Io, Renato Zero, Virgilio, 1979.
“Gobbo so pare, gobba so mare, gobba la figlia de so sorela…”
La genetica non fa sentire i suoi condizionamenti fatali solo in campo umano, ma anche sociale.
Questo libro poteva essere scritto solo in Italia o in Spagna, dove l’arte di adulare non viene esercitata solo per trarne un utile tangibile ma per incosciente invasamento che coglie lo scribano con anima d’avvocato quando si trova al cospetto di un qualsivoglia “Dux”

Il libro delle interviste di Popster, Gruppo Editoriale Suono, 1980.
In questo utile libro si possono trovare due gigantesche interviste a Renato Zero, dalle quali si possono ottenere quei piccoli esercizi spirituali capaci di trasformare, in tempi brevi le giovani marmotte in aspiranti sorcini.

Franca Evangelisti,Contributi per un analisi cristologica del parafenomeno zerenze, tomo II, Edizioni di Zerolandia, 1981.
Nell’attesa che esca il primo tomo, ci limitiamo a porgere il nostro plauso per un opera che, fra l’altro,può vantare l’incoraggiamento e i buoni auspici di un “Alto Personaggio” del mondo religioso.

Nuovo Sound, Rockstar, Ciao 2001, Corriere della Sera ecc.
Un vivo e caloroso grazie, non solo a quei giornalisti non confessionali, che come si può facilmente intuire, riscontrano da parte nostra una familiare vicinanza, ma anche a tutti gli altri che, pur nel limite di una troppa fervente fede, hanno saputo dare con il loro sentito contributo una testimonianza umana e di verità.

Giuseppe Vettori, Duce e ducetti, Newton Compton 1975,
Un libro storico, una vera bomba; in esso si documenta per filo be per segno tutta la storia della critica proto zero fobica,

Roland Barthes, la camera chiara, Einaudi 1981
Un esauriente saggio sulle “mostrazioni di superficie” alla ricerca di una genialità fotografica che si mostrerà inesistente.

David Bowie,Epistolario con Renato Zero, Penguin Book, Londra, 1976.
Pur nell’accesa polemica che pervade queste pagine, si ha l’impressione di leggere qualcosa di molto importante,qualcosa che ha a che fare con i destini di un’intera civiltà.

Teodoro Scrinisbelbi, L'esperienza di quindici giorni di Renato Zero, dall'l al 15 febbraio 1975 al Bar della RCA, tesi di laurea, Università di Urbino, 1981 (pagg. 1-1321)
Pur nella brevità e acerbità che una tesi comporta, non mancano in questo lavoro del giovane Teodoro Scrinisbelbi spunti interessanti, che non mancheranno d'interessare la futura critica zerologica..

Nicolò Machiavelli, Del cantante e dei dischi, Editori Riuniti, 1969.
Un prezioso apocrifo, che con geniale cinquecentesca chiarezza definisce i criteri di riproducibilità ad aeternum delle malefatte di potere.

Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia, in Opere complete, Sansoni, 1963.
Il grande scrittore tedesco racconta in questo libro, attraverso pretestuose descrizioni di opere d'arte, di storie anti-che, di nobili feste, come it travestitismo di Renato Zero possa avere radici profonde.

Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione, Einaudi

Roberto De Simone, Annabella Rossi, Carnevale si chiamava Vincenzo, De Luca, 1977.

Michele Straniero, Good bye del Minotauro, tredici poesie per Teseo con un disegno di Topor, Arcobaleno, 1980.
Breve ma non limitato libretto, in cui trovi ii cinico pensiero di un passionale Catullo in gita turistica nelle vaili tirolesi

Luigi Granetto
Biografia
Fonti e Bibliografia
Il Rovescio della Medaglia, considerazioni sui luoghi comuni
Il Fingitor cotese sapere come finzione
John Lennon una vita complicata
Vinicius de Moraes poeta della lontananza
Scritti su Fabrizio De Andrè e Lucio Battisti
Incontri un po' speciali: Carmelo Bene, Roberto Benigni, Marlon Brando,
Maria Callas, Federico Fellini, Roberto Guicciardini, Marcello Mastroianni,
 Mario Monicelli, Aldo Palazzeschi, Paolo Poli, Anna Proclemer, Ettore Scola, 
Alida Valli, Luchino Visconti e Cesare Zavattini
I
Il mio amico Ivan Graziani

il

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