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Giovanni Pellinghelli
del Monticello

Il Rigoletto di
Giuseppe Verdi

Gobbi e seduttori
alla corte dei Gonzaga

 

Dello stesso autore:  Boris Godunov di Modest Musorgskij Dalla Russia con mistero
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Rigoletto di
Giuseppe Verdi

Melodramma in tre atti
di Francesco Maria Piave

La scena si finge nella città di Mantova e suoi dintorni. Epoca, il secolo XVI.
Personaggi

Il Duca di Mantova
(tenore)
Rigoletto, suo buffone di Corte (baritono)
Gilda, figlia di lui (soprano)
Sparafucile, bravo (basso)
Maddalena, sorella di lui (contralto)
Giovanna, custode di Gilda (mezzo-soprano)
Il Conte di Monterone (baritono)
Marullo, cavaliere (baritono)
Borsa Matteo, cortigiano (tenore)
Il Conte di Ceprano (basso)
La Contessa, sposa di lui (mezzo-soprano)
Usciere di Corte (tenore)
Paggio della Duchessa (mezzo-soprano)
Cavalieri, dame, paggi, alabardieri (tenori, bassi)
Libretto: Atto Primo, Atto Secondo, Atto Terzo

Giuseppe Verdi: Le opere ordine alfabetico e in ordine cronologico. I libretti e I librettisti. La musica e le curiosità letterarie e non

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Si dovrà quasi esser grati alla miope ed ubbiosa censura ottocentesca e plaudire alle tormentate evoluzioni che impose al librettista Francesco Maria Piave per giungere finalmente a sciogliere i nodi della trama e dell’ambientazione del Rigoletto, così acconsentendo all’approdo finale della vicenda del gobbo ed iroso buffone alla scena mantovana. Perché questo sfondo gonzaghesco costituisce - per chi l’osservi in prospettiva storica - uno scherzo, un contrappasso, un gioco delle parti fra i più malignamente ironici e gustosi.

Sulle rive del Mincio, fra le canne e le pingui zanzare dei nebbiosi stagni mantovani, nella corte elegante dei Gonzaga racchiusa fra il castello e la palude, nella famiglia del bel duca verdiano la gobba era infatti di casa, segno distintivo dal potere e del privilegio che si ergeva - quasi come un secondo blasone od una corona poggiata di sghimbescio - sulle spalle dei Signori di Mantova e dei loro figli e fratelli.

Non era, tuttavia, questa gobba merce autoctona, derivante dal clima e dai vapori atmosferici che influenzassero la razza signora; bensì importata agli inizi del Quattrocento dal primo marchese di Mantova - l’avveduto e potente Gianfrancesco - che tolse in moglie Paola Malatesta, cugina prima figlia del signore di Rimini, fanciulla benché di ricca dote, ahimè assai poco graziosa, e malaticcia, bisognosa ogni anno di costosissime cure termali che ponessero rimedio ai disastrosi effetti dei miasmi padani. E soprattutto inequivocabilmente gobba; anzi gobbissima, dalla schiena arcuata senza remissione o pietà.

La giovinetta dovette dar gran prova di sé, sfoderando tutte le sue doti morali e d’intelletto, intrattenendo colte amicizie col pedagogo umanista Vittorino da Feltre e il gran San Bernardino da Siena, e coltivando fascini tutti mistici e cerebrali ad esorcizzare il fantasma d’un’altra brutta moglie gonzaghesca - quell’Agnese Visconti cui il marito aveva fatto mozzare la testa per pretestuose colpe di tradimento e fellonia ed avere così agio di passare a nuove e più appetibili nozze - nonché a consolar lo sposo di quella gran dote promessa e mai pagata. In compenso, la sposa Malatesta aveva portato in dote permanente la gobba appunto, che - come si sa - è tara ereditaria.

Nei figli di Paola e Gianfrancesco, primo il gran marchese Ludovico III, il dispettoso gioco dell’ereditarietà aveva saltato il conto, salvo esigerlo con inusitata inclemenza alla generazione seguente.

Quelle di Ludovico con Barbara di Brandeburgo erano state nozze povere di ricchezze materiali - perché la tedeschina undicenne che giunse a Mantova nel 1433 era figlia di quel Faust in sedicesimo che fu il margravio Johannes l’Alchimista, sperperatore dei già pochi suoi beni in folli studi appunto di alchimia alla ricerca dell’oro artificiale - ma ricche di prestigio per le nordiche imperiali e reali parentele della sposina. Purtroppo il matrimonio avrebbe unito nei loro figli il sangue già pesante degli Hohenzollern all’eredità maligna di Paola Malatesta ed i bambini Gonzaga - se non tutti, molti - che pure nascevano diritti e sani, col passare dell’età venivano raggiunti da quel soffio stregato che li appassiva deformandoli. Così il primogenito, l’erede Federigo; così le figliole cui la schiena incurvata non lasciava aperta altra via che quella del chiostro: Susanna, famosa di passione religiosa e di francescana pratica di virtù, e Cecilia, dallo spirito sagace e senza illusioni e dalla gran cultura. Fu proprio Cecilia - che come propria "impresa" aveva prescelto la Vergine con l’unicorno - a rifiutare a fidanzamento già concluso l’erede di Urbino - quell’Oddantonio di Montefeltro bello e dannato - e questa rottura, voluta per realistica consapevolezza di scarsa attitudine ad esser moglie, fu causa di gran rabbie sia a Mantova sia soprattutto ad Urbino, dove i Montefeltro non facevano troppo caso alla "spalla grossa", golosi più che tutto della ricca fortezza di Fossombrone che la gonzaghina avrebbe portato in dote.

E ancora fonte d’angustie fu l’inquieta ultimogenita Paolina, così brutta da intenerire e appena un po’ gobbina, cui perfino il Mantegna - che tutta la famiglia impietosamente ritrasse nella Camera degli Sposi - pietosamente copre le spalle con un mantello troppo pesante per una bimba se non dovesse celare la temuta imperfezione. A Paolina, che riottosa e ribelle a tutti i costi non vorrà il convento, i genitori troveranno a fatica un marito tedesco, il Conte di Gorizia, maschio grossolano, quasi brutale e quanto mai inadatto ad una sposa così delicata, già prefigurante le più ferite fra le eroine romantiche, che nel castello oltremontano di Linz sentendosi esiliatissima morirà poco più che a vent’anni, stretta al suo Virgilio e al suo Petrarca e a tutta la sua biblioteca di principessina umanista.

continua

 

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