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Parola - Memoria - Invenzione

Non dire il falso: se ci riesci di Giovanni Colombo
Un’altra grande occasione persa. Anche la morte di Bettino Craxi in terra d’Africa non è servita per quel bagno di verità di cui la società e la politica hanno bisogno per uscire dal tunnel dell’infinita transizione italiana. In troppi continuano a dire il falso, a violare, dopo il settimo, anche l’ottavo comandamento. La veritas, dicevano i filosofi medievali, è l’adaequatio intellectus ad rem; ma una tale adeguazione, quella della mente con la realtà profonda e ultima delle cose, si potrà solo tentare e ritentare, perché la realtà, oltre che misteriosa, è instabile e inafferrabile. Per questo non esiste una sola filosofia, ma mille. Per questo il segreto della vita di un uomo fa parte del mondo recondito in cui solo Dio può entrare. Per questo anche per Craxi vale il requiem eternam. La verità però di cui parliamo e che è quella sottesa nell’ottavo comandamento non è la ragione ultima delle cose, ma, più modestamente, ciò che gli occhi hanno visto e le orecchie hanno udito: la verità "storica", per usare un termine di riferimento, anche se il più delle volte si tratta di semplice cronaca. Questa verità è conoscibile, si può raccontare, si deve testimoniare, quando necessario, nei tribunali. Invece in questi anni una lunga fila di persone - politici, intellettuali, imprenditori, preti - hanno negato di conoscere ciò di cui erano in diretta, piena conoscenza. Craxi per primo, nel suo discorso alla Camera del 3 luglio ‘92, e fino all’ultimo, nella relazione consegnata qualche ora prima di morire al cognato Pillitteri, ha detto il falso, sostenendo che Tangentopoli è stata soltanto il finanziamento illegale della politica, una storia come lo Spendenaffare, "lo scandalo delle donazioni" che sta sconvolgendo la Germania. Tangentopoli purtroppo è stata ben di più. È stata la forma che ha assunto lo Stato radicandosi nell’illegalità, trasformandosi in un vero e proprio "regime della corruzione", cioè in un sistema in cui la corruzione da eccezione è diventata regola, l’aria che si respira, l’ambiente in cui si è costretti a vivere, il metodo e l’obiettivo dell’azione politico-amministrativa. In Piazza Duomo 19, il lunedì, Craxi non si limitava a prendere nota di qualche contributo di imprenditori e amici che desideravano per chissà quale motivo rimanere ignoti e che quindi non veniva contabilizzato regolarmente: organizzava una spartizione scientifica delle risorse pubbliche. Una spartizione scientifica e solidale: il banchetto infatti coinvolgeva un fronte trasversale, un vero e proprio Partito Unico Lottizzatore - il PUL - formato da gente con casacche e ideologie diverse, collocate su posizione distinte, chi all'opposizione, chi al governo, ma unite dallo stesso modo di pensare e praticare la politica. Le parole di Craxi dovevano arrivare a ben altre ammissioni: che si è fatto mercato della res publica; che il saccheggio coinvolgeva tanti, quasi tutti, ma in proporzioni diverse; che il potere socialista era diventato negli anni ottanta il perno della lottizzazione, laddove prima del suo avvento il perno era la DC; che lo stesso gruppo craxiano era il più attivo ad ammassare fortune private; che non è colpa dei giudici "rossi" ma delle confessioni dei suoi amici Larini e Tradati e dei suoi fiduciari Giallombardo e Raggio, se è stato condannato dai Tribunali della Repubblica Italiana; che comunque i politici devono essere primi a rispettare le leggi, tutte, e in particolare quelle varate proprio per regolamentare i loro comportamenti; che lui, purtroppo, non aveva rispettato. Troppe semplici verità Craxi non ebbe il coraggio di dire, né al Paese né a se stesso. Ha preferito scappare, alla stessa maniera dei faccendieri che devono rifarsi una nuova vita a Malindi o a Santo Domingo, e dall’esilio auto-imposto ha cercato di chiamare a raccolta via fax i colpevoli, amici e avversari, nell’illusione di mettersi tutti quanti al riparo. Si è ostinato a non dire. E non v’è carattere, non v’è grandezza in questa posizione. Quando un leader elude una serie autocritica, scambiandosi per un semi-dio, e impedisce ai militanti del suo partito, ai suoi elettori, ad un intero Paese di fare i conti con quanto accaduto, allora per lui la partita è inevitabilmente chiusa e anche la sua morte, invece di essere una lezione, serve soltanto per alimentare il circus dell'ipocrisia. In questi giorni i suoi amici di sempre, e quelli tornati ad esserlo per ragioni di convenienza, battono sulla grancassa le falsità del capo e sperano che l'oppio distribuito da Vespa, in una decina di "Porta a porta", possa definitivamente cancellare quel poco di memoria e di capacità di indignazione che è rimasta in circolazione. Gli avversari stanno invece in silenzio, qualcuno perché ha linda la fedina penale, ma non la coscienza, qualcun altro perché non ha mai creduto alla questione morale, qualcun altro ancora perché pensa che non sia più di moda combattere i ladri. Tutti quanti, amici e avversari, si ritrovano d'accordo sulla Commissione parlamentare d'inchiesta su Tangentopoli. Un'anomalia - ha ragione Borrelli -, perché non si capisce come possa fare una commissione composta da politici ad indagare sui processi ai politici, sui reati commessi dai politici , sulle accuse contestate ai politici. Un calderone dal quale, alla scadenza, uscirà, si può star certi, un bel documentone che confonderà le responsabilità, diluirà le colpe e annacquerà magari anche i reati e le condanne, in nome di una "soluzione politica". Molto meglio sarebbe stato avviare, al posto della commissione, "il grande perdono" proposto a suo tempo da Prodi e Flick, che prevedeva almeno la confessione spontanea, la restituzione del maltolto e l'interdizione dai pubblici uffici. Il circus dell'ipocrisia riguarda anche i preti. Lasciamo stare pure il vescovo Fuad Twal che durante le esequie ha citato il passo del Vangelo " Beati i perseguitati a causa della giustizia" (a cui è seguito un applauso scrosciante). Ha l'attenuante di non essere italiano. Ma che dire del Presidente della Cei, Cardinal Camillo Ruini? Siamo ormai abituati a preti, religiosi, religiose che si preoccupano non di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, ma di seguire l'onda. Di solito però, nei passaggi più difficili, l'astuzia ecclesiastica suggerisce di far finta di niente ("Non so di che parla", rispose un monsignore a chi, vedendolo entrare con l’impermeabile bagnato, gli aveva chiesto se fuori piovesse). Invece in questo caso il card. Ruini, dismessa la prudenza che ha ampiamente utilizzato quando si trattava di criticare l’involuzione della Prima Repubblica, ha montato la sua dichiarazione in maniera tale che fosse chiaro il giudizio positivo sullo statista Craxi e minima la critica ai suoi lati oscuri. Giustamente i giornali hanno intitolato: "grazie Craxi". Il circus va e intanto la corruzione resta. Secondo l’ultimo indice ‘98 di Transparency International, l’organizzazione non governativa che dal 1993 cura un monitoraggio annuale del fenomeno, tra il punteggio 0 (completamente corrotto) e il punteggio 10 (completamente onesto), il nostro paese è sotto la media del 5, al trentesimo posto, seguito da altri 22 paesi tra i quali spiccano la Corea del Sud, la Turchia, il Pakistan, l’Honduras, il Paraguay e da ultimo il Camerun. Questo dato è riportato nel libro "Un paese anormale" di Donatella della Porta e Alberto Vannucci (editori Laterza). Già , continuiamo ad essere un paese anormale, principalmente a causa del tasso endemico di corruzione. Diventeremo mai normali? Abbiamo perso l’occasione storica di Mani pulite e ora si arretra, inesorabilmente si arretra. Noi, sostenitori della prima ora dell’azione della magistratura milanese e organizzatori della grande manifestazione del 12 maggio 1992 dal titolo emblematico "Non l’hanno ancora rubata (la Madunina)", tentiamo di resistere per qualche giorno ancora e di non spegnere il lumino di speranza che ci resta. Interventi di Giovanni Colombo su Gnomiz : Cardinal Martini-dopo il sogno il botto, I sogni del Cardinale, Martinazzoli e il cielo di Lombardia, Ma la sinistra è un mattone?, Più in alto degli aquiloni, Il movimento che sarà, La Milano della Libertà, Una nuova canzone popolare
Sino ad ora abbiamo accuratamente evitato di pubblicare qualasiasi intervneto e nota, fosse anche un solo aforisma, sulla lunga agonia craxiana; faccio eccezzione per questo scritto in quanto ritengo che non si limiti alle facili ammende o alla ormai ripetitiva riprovazione. Ulteriore motivo di tale "generosità" editoriale è il piacere di ritrovare su temi impensati un fratello liberale. Grazia Colombo

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