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Nado Canuti: il canto e il gioco dello scultore-poeta di Luciano Caramel
Queste nuove opere di Nado Canuti mi hanno riempito di gioia. Per esse, per le sensazioni che mi hanno dato, per le reazioni emotive che hanno in me sollecitato sono riuscito a trovare un unico punto di riferimento, quello del Circo di Calder. Non in termini di stile, ovviamente, né, direttamente, di immagine. I due artisti sono di fatto inconfrontabilio e non solo per rispetto alla compiuta, e definitivamente storicizzata, grandezza del lavoro del maestro statunitense. Ma per diversità medesima, sostanziale, del registro operativo dei due autori, inavvicinabili per poetica, temperie creativa, risultati. Eppure queste recentissime sculture di Canuti, per il corrispondere di un' aerea lievità formale ad un'ispirazione liricamente libera, all'apparenza incontaminata da condizionamenti culturali, quasi si trattasse del miracolo del riuscire a recuperare l'inventiva, fantastica disponibilità al sogno dell'infanzia, mi hanno fatto rivivere quanto ho provato di fronte all'affollato spettacolo inscenato nella complessa installazione dell'opera di Calder nel Whitney Museum Art di New York o, solo qualche mese fa, vedendo le figurine in filo metallico, al tema del circo connesse, esposte nella retrospettiva alla National Gallery of Art di Washington. Il Circo di Calder, oltre tutto, nacque all'alba dell'attività dell'artista, allora neppure trentenne, mentre queste "costruzioni" di Canuti sono un frutto della piena maturità. E verrebbe voglia di trarre da siffatta constatazione deduzioni relative ad una raggiunta serenità, da parte di Nado, ad un conquistato appagamento spirituale, che possono essere anche in questo senso reali, ma che credo fuorvianti, se accettate troppo rigidamente, sulla direttrice di una stretta consequenzialità tra vissuto psicologico, anche inconscio, e formatività artistica. L'acuta analisi di Lyotard sui limiti, e i pericoli, di giudizi fondati sulla riduttiva concezione dell'arte come fatto proiettivo (icasticamente sintetizzata nel titolo di un suo celebre saggio: "Freud visto da Cézanne", ossia la posizione di Freud sull'arte giudicata attraverso il lavoro, cronologicamente antecedente, del Maestro delle Bagnanti) dovrebbe essere risolutiva nel disincentivare accostamenti che, in ogni caso, preferisco non proporre. E meno che mai in questo caso. Le "gabbie" di oggi hanno un diretto precedente in quelle realizzate ben sedici anni fa, talora sorprendentemente affini, nei titoli ( la il gioco dell'angelo, qui il gioco nella gabbia, il gioco nel quadrato). Anche allora appariva tra l'altro quella componibilità, e quindi manipolabilità, delle sculture che rivela l'interesse di Canuti, ben prima degli anni Novanta, per una scultura che, nella scultura (mai dall'artista negata nei suoi attributi statuari), si apra a una fruizione non solo contemplativa, distaccata, ma tale da coinvolgere il destinatario (non più recettore di un qualcosa di definitivamente chiuso, da accogliere in quanto tale) nella definizione stessa dell'immagine, "aperta" ad una serie di possibilità progettate e previste dall'autore, ma non per questo non effettive. Tale costitutiva inclusione di un momento di cooperazione aggiunto al primario ruolo di ideazione e costruzione dell'artista corrispondeva poi, e corrisponde, al "senso" dell'opera, che si realizza compiutamente nella manipolazione, appunto, giocosa delle singole parti. Che nella varietà delle soluzioni ottenibili esalta quella metaforicità che è tra i fattori denotativi dell'opera di Canuti. Il quale parla di "una forma polimorfa, cioè non statica, fissa, ineccepibile". "Una forma", ha scritto in un testo pubblicato nella monografia del 1996 di Arturo Schwarz; che potesse essere invito a farsi aprire e chiudere, comunque modificare compositivamente. Una scultura "viva" quindi, che può mettersi in carattere con chi la fruisce; che anzi provoca la fantasia del riguardante che in questo caso piò "governare", secondo la propria sensibilità, le diverse azioni da me predisposte. L'artista si fida della componente creativa di ciascuno. Ed è in questi termini, con queste intenzioni di lavoro che chiedono collaborazione a chi guarda e a chi interagisce, che propongo questa scultura polimorfa". Qualche riga prima, sempre in quel testo, Canuti avanza delle osservazioni riferite ad altre, diverse opere, che possono però essere illuminanti anche per una migliore comprensione di quanto viene in quest'occasione presentato. Scriveva infatti l'artista: "Ho iniziato nel 1972 a costruire delle forme che chiamai onirogrammi ed ho esteso a concetto questa sorte di labirinto formale dove i pensieri, le idee, le percezioni spaziali potessero coesistere". Che è, a ben vedere, quanto ancora ritroviamo nelle forme colorate, festose di queste architetture potenziali o, definite solo indicativamente nelle loro strutture, dalle quali si può uscire come entrarci; dei "labirinti", appunto, appena accennati, sede quanto mai propizia per un interrelarsi di stati d'animo, che finiscono poi col comporsi nella sintesi dinamica dell'affabulazione poetica, nel Canto del Poeta come Canuti ha chiamato una delle sue ultime realizzazioni. Canto che, spesso, e proprio anche per la praticabilità manipolatoria, è nutrito di valenze ludiche, che si esprimono nelle stesse scelte cromatiche chiare, gioiose, ben remote, queste si, dall'abituale produzione plastica dell'artista. E qui è opportuno scendere ad altre precisazioni, per offrire, in un certi senso, al visitatore della mostra delle "istruzioni per l'uso", in parte già implicite in quanto sopra s'è detto. Utile soprattutto è l'evitare di vedere questi estremi (dal punto di vista temporale) lavori come qualcosa che rimetta in discussione il prima, che invece già includeva, l'abbiamo detto, anche una siffatta vena. Non si tratta, in altre parole, di un'inversione di rotta, che in qualche modo neghi altri, pur fondamentali aspetti della scultura di Canuti, che ha più corde al suo attivo, da collegare a un concetto che si snoda con ritmi anche alternati, evidenziando talvolta un accento, talaltra diverse intonazioni. Con conseguenze sulla forma, naturalmente, per non perdersi in letture parallele che tradiscono la totalità dell'opera, quarantennale almeno, dell'artista. Che, in particolare, appannino l'approdo di Canuti, in risultati memorabili, fin dagli anni Settanta, a delle "forme assolute", per usare le parole stesse dell'autore, che nello scritto sopra citato ( nel quale pure, ricordo, si difende la scultura "polimorfa") afferma che il suo ! itinerario artistico non è mai stato disgiunto dall'intenzione dello stile, quella spiritualità che trascenda il significato puramente rappresentativo dei temi (macchina, meccanismo, antropomorfismo ecc.). Però seguendo sempre "il corso delle vita e delle emozioni che dalle cose e dalla natura scaturiscono".
Questo saggio di Luciano Caramel è stato scritto per il catalogo della mostra di Nado Canuti "Racconti dell'Immaginario", dal 12 dicembre 1998 al 28 febbraio 1999, alla Galleria Centro Steccata Via Dante,3-43100 Parma Tel e Fax 0521-285118
Dialoghi di Giovanni Bai
Manodopera associazione culturale presenta la mostra DIALOGHI: Collages, scritture, fotografie di Patrizia Longo e Maurizio Telloli. Sala mostre - Bloom. Via Curiel 39 Mezzago (MI) Inaugurazione Mercoledì 20 gennaio 1999 alle ore 21. Fino al 24 gennaio. Orario 21-24. Due artisti appartenenti alla stessa generazione del passaggio tra la tv in bianco e nero e quella a colori e hanno imparato a leggere grazie ai fumetti americani o ai classici della Bonelli, o Topolino si confrontano e dialogano attraverso un gioco di rimandi, citazioni e riferimenti all'immaginario comune. Per il testo completo del comunicato:
http://members.it.tripod.de/MUSEO_TEO/manodopera.html
Giovanni Bai_Museo Teo via Aselli 14_20133 Milano_Tel. 02713184 E-mail: gbai-mteo@rocketmail.com
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